La decisione dei giudici del tribunale di sorveglianza di Perugia, che hanno annullato il decreto che imponeva al capomafia di Agrigento, Antonio Massimino, di essere detenuto al regime carcerario previsto dal 41 bis, susciterà sicuramente polemiche.
L’uomo, infatti, era stato sottoposto al 41 bis, con un decreto firmato subito dopo l’insediamento, dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a mò di esempio, e poi trasferito nel carcere di Spoleto, per cui sono competenti i giudici del tribunale di sorveglianza del capoluogo umbro.
Il boss nell’aprile 2007 era stato condannato a 15 anni di carcere perchè ritenuto al vertice della famiglia mafiosa della città dei Templi e si era “meritato” il 41 bis in quanto accusato di aver trasmesso dal carcere di Torino all’esterno messaggi delinquenziali e direttive criminose.
Per il Tribunale di Perugia invece “non vi è prova alcuna” di queste comunicazioni.
Il primo a scendere in campo è il senatore Carlo Vizzini presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, il quale tuttavia sembra riconoscere l’attuale insufficienza della legislazione: “Nel corso della prossima settimana si discuterà un emendamento a firma mia e del senatore Gasparri che affronta organicamente la materia e che impedisce casi di questo genere”.
Per il senatore siciliano “forse neanche i nostri nipoti sconfiggeranno la mafia ” se “il carcere duro non deve prevenire, ma soltanto occuparsi di un potere di comunicazione verso il mondo esterno quando esso è gia stato espletato”.







