Il movimento è politico perché collega la crisi della scuola e dell’università alla crisi globale dell’assetto socio-economico che sta mostrando in questi ultimi mesi tutti i suoi limiti

Alcune considerazioni sul movimento studentesco di questi giorni fatte da uno studente (e quasi-lavoratore precario) che ha seguito, da osservatore e non da facinoroso, la protesta tra Pisa e Roma.
Punto primo. Il movimento non è apolitico. Anzi: il movimento è l’unica offensiva politica concreta e non virtuale comparsa in questi ultimi mesi (anni) nelle strade e nelle piazze italiane. Semmai, il movimento è svincolato dai partiti (tutti) e respinge con forza ogni tentativo di appropriazione e strumentalizzazione della protesta.
Certo, i partiti dell’opposizione hanno provato a cavalcare la protesta, soprattutto grazie alle semplificazioni dei media che non riescono (non vogliono) a concepire analisi che non rientrino negli schemi incancreniti dell’emiciclo parlamentare.
Chissà perché, le trasmissioni televisive sono spesso aperte soltanto a giovani studenti veltroniani che danno del movimento una rappresentazione distorta e parziale, con l’unico risultato di offrire buon gioco alle facili critiche della maggioranza.
Il movimento è politico soprattutto perché collega la crisi dell’università alla crisi globale dell’assetto socio-economico, e vede nell’attacco definitivo all’istruzione pubblica la conseguenza naturale delle evoluzioni di un sistema ingiusto che sta mostrando in questi ultimi mesi tutti i suoi limiti.

Punto secondo. “L’università va riformata” è l’ennesima balla bipartisan. L’università, per prima cosa, non andava distrutta come è stato fatto, da governi di tutti i colori, in questi ultimi quindici anni.
Il movimento è accusato di difendere i privilegi dei baroni. Il problema invece è che la riforma non fa nulla per scalfire i privilegi dei baroni, ma attua tagli indiscriminati e soprattutto favorisce la trasformazione delle università pubbliche in fondazioni di diritto privato. Un atto che lede i principi della Costituzione e che avvera la citatissima profezia di Piero Calamandrei (1950): un partito che temesse la libertà critica garantita dall’istruzione pubblica si impegnerà a definanziarla e incoraggerà la nascita di scuole private.

Punto terzo. Gli scontri di Piazza Navona. Lavoro a neanche cento metri da Piazza Navona. Quella mattina prima della nove la polizia presidiava già in assetto antisommossa tutto corso Rinascimento (la via davanti al Senato).
In Piazza delle Cinque Lune c’erano almeno venti uomini armati fino ai denti. Per andare da lí al punto esatto dello scontro un impiegato con la pancetta e senza fretta impiegherebbe quaranta secondi. I poliziotti sono arrivati dopo almeno cinque minuti di guerriglia.
È sospetto il fatto che un equipaggiamento di spranghe tricolori passi inosservato di fronte a tanto spiegamento di forze (il traffico era chiuso in tutta la zona). Ed è sospetto il fatto che gli agenti chiamassero per nome gli “studenti” neofascisti.
Quello che è accaduto a Piazza Navona non è che l’esecuzione alla lettera di quanto chiesto dal senatore a vita Francesco Cossiga nella sua spaventosa intervista (http://precariliguria.blog.kataweb.it/2008/10/23/giornorestonazione23-ottobre-2008-intervista-a-cossiga/).
Infiltrazione di provocatori nel corteo per scatenare conflitti interni, far salire la tensione e giustificare la repressione violenta agli occhi dell’opinione pubblica. In piú, avere un buon argomento di discussione diverso dal merito della protesta, che distolga l’attenzione dalla grande mobilitazione che sta attraversando tutto il paese.
È il solito, vecchio, mille volte riproposto copione: dagli anni ’70 (con Cossiga ministro dell’Interno), a Genova, fino a Piazza Navona.
La speranza è che questa volta le manovre meschine di una democrazia truccata come la nostra non disperdano un movimento forte e radicato in un contesto di crisi generalizzata. Ma la speranza, si sa, è poca cosa.

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