I dati della ricerca "L'integrazione sociale in Umbria" su famiglia, benessere, criminalità, lavoro, volontariato e immigrazione

Il Rapporto di ricerca “L’integrazione sociale in Umbria” offre una lettura delle tendenze della società umbra.
Molti sono i mutamenti recenti: innanzitutto l’invecchiamento della popolazione che si afferma in tutta la nazione ma che nella regione raggiunge livelli molto alti (in Umbria gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 23,3% della popolazione, in Italia il 19,8%).
La famiglia in Umbria diventa sempre più piccola con una media di 2,6 componenti; ciò sta a dire che è cambiato un intero scenario, sia nelle relazioni intra-familiari, sia all’esterno delle famiglie. In particolare, diminuiscono le coppie con figli ed aumentano quelle senza figli, le famiglie ricostituite e le unioni libere.
Cresce anche il numero delle famiglie a maggiore rischio di esclusione sociale: le famiglie monogenitoriali (in cui il genitore è principalmente donna), le famiglie uni personali, quasi tutte composte da anziani.

Malgrado questi profondi mutamenti, il tessuto sociale della regione continua a “tenere”, anche se con alcune tensioni critiche e qualche lacerazione. L’integrazione sociale resta abbastanza compatta per ragioni strutturali: la non estesa urbanizzazione, la rete policentrica che determina un maggior senso civico, un più articolato controllo sociale, un’alta identificazione territoriale (ma che, d’altro canto comporta anche qualche rischio di localismo). Una seconda caratteristica riguarda le radici storiche dell’imprenditoria regionale spesso di natura locale, di origine artigiana e contadina.
Nel novero dei fattori di integrazione occorre, inoltre, considerare i servizi alla persona e il welfare locale, la cui qualità si colloca su livelli medio-alti e la crescita della società civile organizzata: l’associazionismo, il cosìddetto “terzo settore” e soprattutto il volontariato che impegna circa il 10% degli umbri. 

In Umbria solo il 15% delle famiglie abita in un comune diverso da quello della propria famiglia d’origine. E’ significativo il fatto che il 50% della popolazione dichiari di scambiare aiuti con i propri parenti; anche in questo caso il dato è più alto della media nazionale.
Analogamente, sono più frequenti in Umbria, rispetto a quasi tutte le altre regioni, le reti amicali e di vicinato.
Strettamente in relazione al grado di integrazione sociale risultano alcuni fenomeni di devianza come i tassi di suicidio, la criminalità, le tossicodipendenze. Il tasso di suicidio in Umbria risulta più alto della media nazionale. La propensione al suicidio alligna soprattutto tra gli anziani: il quoziente ogni 100 mila abitanti è del 7,1 (8,1 Perugia, 4,4 Terni) contro un dato nazionale del 5,6. Quello dei tentati suicidi è del 8,4 (8,7 Perugia, 7,5 Terni) a fronte del 6 nazionale.

Per quanto riguarda la criminalità, la situazione non è certo drammatica, anche se si stanno accendendo alcune spie d’allarme. Ad esempio l’Umbria è la regione con il più alto quoziente di criminalità per la produzione e lo spaccio di stupefacenti; inoltre, è la regione in cui rispetto al resto d’Italia si registra il più alto numero di decessi direttamente correlati agli stupefacenti .
Altre forme di disuguaglianza passano attraverso la questione del lavoro; il disoccupato tipico è donna, giovane, collocandosi fra i 25 ed i 34 anni, con un alto livello di istruzione, e privo di lavoro da almeno 12 mesi.
Sempre in riferimento al lavoro, un’altra problematica è data dal lavoro precario.
La mancanza di lavoro, la precarietà, il basso livello d’istruzione fanno parte dei fattori più importanti che accrescono in misura sensibile i rischi di povertà.

Secondo le ultime stime è povero l’8% delle famiglie umbre; a ciò si aggiunge un altro 8% di famiglie quasi-povere cioè a rischio, non solo perché si tratta di famiglie appena al di sopra della “soglia di povertà” ma anche perché le loro caratteristiche risultano molto simili a quelle delle famiglie povere; basta poco per cui i quasi poveri diventino i nuovi poveri.
Le indagini multiscopo dell’Istat segnalano da tempo una diffusa difficoltà delle famiglie italiane ad acquistare beni e servizi essenziali come cibo, utenze per l’abitazione o cure mediche.
In Umbria, secondo i dati del Banco Alimentare nel 2006 sono stati assistiti 22.380 persone mediante i 251 Enti non-profit presenti nella regione, tra cui anche le Caritas.

Uno dei processi di mutamento più profondi del tessuto sociale è dato dall’immigrazione. I flussi sono triplicati rispetto a 10 anni fa; la condizione di immigrato è tendenzialmente ben più difficile, rispetto alla condizione media degli umbri, per quanto riguarda l’ambito occupazionale e della possibilità di occupare abitazioni dignitose; gli immigrati non si concentrano più nelle città grandi e medie dell’Umbria.
La maggiore novità consiste nella crescente stabilizzazione. Aumentano le donne immigrate a seguito delle dinamiche di ricongiungimento familiare (oggi per la prima volta le donne sono diventate più numerose degli uomini). Aumentano le famiglie di immigrati e le famiglie miste.
 La quantità di minori di origine straniera in 4 anni è raddoppiata: oggi i minori sono oltre 13 mila. Il 15% dei nati in Umbria proviene da famiglie di immigrati (in Italia è il 9%). Quindi sta salendo alla ribalta “la seconda generazione” di immigrati che per alcuni versi potrebbe essere di più difficile integrazione.

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