Una leggenda popolare vuole che sui capitelli della chiesa siano raffigurati i volti di Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini

Una leggenda popolare tuderte tramanda l’esistenza dei volti dei padri della patria Garibaldi e Mazzini celati fra la ridondante decorazione architettonica dei capitelli esterni del Tempio della Consolazione di Todi.
L’ipotesi è che tali immissioni ebbero luogo nelle operazioni di rivestimento a cortina dell’abside nord della chiesa (intervento reso necessario dopo che nel 1862 venne abbattuta la sacrestia che fin dal XVII secolo sorgeva attigua alla medesima abside).
I lavori, ufficializzati il 18 agosto 1908 dalla Congregazione di Carità, si avvalsero delle 8.000 lire prelevate dal bilancio dell’Opera Pia e del cospicuo sostegno (circa 12.000 lire) devoluto dal Ministero della Pubblica Istruzione; l’appalto per la fornitura del pietrame, estratto dalle cave di Izzalini e di San Terenziano, e per la lavorazione dello stesso fu conferito ai fratelli Giuseppe ed Ercole Mammoli, scalpellini tuderti.

Dallo spoglio delle fonti archivistiche (effettuato, ancor prima di me, dal prof. Battistini che ha guidato le ricerche della classe III E della scuola “Cocchi-Aosta” di Todi) sembra che l’esecuzione di undici capitelli venne commissionata al marmista Pietro Montanucci di Orvieto; costui non solo fu assistito dal figlio Ercole, ma poté anche usufruire di alcuni calchi in gesso modellati da due scultori perugini: Giuseppe Scardovi e Bruto Mosci.
Essendo i capitelli per loro natura opera di ornamento, nel lavoro di Montanucci prevale l’allegorismo, come già nei capitelli realizzati nelle epoche precedenti, tanto che l’immissione dei volti (siano essi dei due padri della patria o no) spezza la dominante simbologia dell’apparato ornamentale della chiesa, indirizzato principalmente ad un’iconografia evocativa degli evangelisti.

Sebbene possa sembrare alquanto arduo porre due personaggi come Garibaldi e Mazzini in un contesto religioso, l’inserimento dei due volti è da mettere in relazione al clima politico e culturale dell’epoca, quando, negli anni del cinquantenario della caduta del potere temporale (1910) e di quello dell’Unità d’Italia (1911), forti tensioni segnavano i rapporti fra ecclesiastici ed anticlericali.
Inoltre bisogna focalizzare come entrambi gli eroi furono partecipi di una tradizione che ha visto nelle loro vicende, in particolare in quella dell’eroe dei due mondi, un’aurea di sacralità: se infatti, per quanto riguarda Mazzini, fu egli stesso a rivestire le sue organizzazioni di una certa “religiosità” (come per esempio nel concetto di comunione fra fratelli o in quello del martirio per la patria), molto spesso, la figura di Garibaldi fu riproposta in termini cristologici e divini fino a determinare in alcuni casi una vera e propria giustapposizione della sua immagine a quella di Gesù, strumentalmente finalizzata non solo nella propaganda ma anche nell’affermare i valori e gli insegnamenti espressi dal nizzardo quale indiscussa verità, al pari di quella apostolica.
 
Ed ecco pertanto le effigi dei padri della patria inserite a Todi in una ricca decorazione alludente agli evangelisti, in rapporto di costante analogia, tanto da rifletterne i significati sui due eroi risorgimentali.
Molto interessante constatare, come già ha fatto E. Battistini, che con i due (presunti) volti di Garibaldi e di Mazzini si apre e si chiude la serie dei capitelli novecenteschi, tanto che mentre il primo gode della luce del sole mattutino, il secondo è rischiarato da quella pomeridiana: l’intero arco del giorno è collocato fra le due figure, in una persistente analogia fra rinascita della vita e risorgimento nazionale.
In mancanza di prove concrete, per i capitelli della Consolazione, si possono solo formulare congetture fino a che non si troverà un documento che sveli con certezza a chi appartengano i volti inseriti nella decorazione del tempio.
E se da un punto di vista concettuale si è visto come le ipotesi attributive riferite a Garibaldi e a Mazzini potrebbero pure sussistere, tuttavia alcune rilevanti questioni rimangono ancora in attesa di risposta: fra queste, la risoluzione definitiva del perché nell’apparato decorativo manchi l’angelo, l’attributo di San Matteo, assente pure nel seicentesco ordine superiore di capitelli, ove, in luogo del suddetto angelo, appare la lotta tra un drago e un cane, riconducibile nella simbologia cristiana allo scontro tra immoralità e virtù.

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