L’hanno chiamato l’onda, e il movimento si è adattato a questo nome. Perché si sente liquido, incontenibile, irrapresentabile. Perché si sente tenace: l’onda è capace di erodere la pietra. Perché se qualcuno prova a metterci sopra il cappello, l’onda lo deposita a riva, e gli volge le spalle per tornare a sondare le profondità.
Sabato mattina c’è il sole, questo folle novembre è ancora caldo a Roma. La voce di una ragazza, che sembra piccolissima davanti alla folla, rimbalza tra le imponenti architetture moderniste della Sapienza occupata. Il brusio cessa: centinaia di persone, le facce indurite di chi ha dormito per terra, si fermano ad ascoltare.
Così comincia l’assemblea nazionale plenaria del movimento studentesco, che si è autoconvoncata dentro gli spazi della Sapienza occupata. Si tiene il giorno dopo la grande manifestazione che ha invaso la capitale con più di duecentomila persone (molte meno per la questura), che ha deviato dai percorsi previsti, che ha assediato i palazzi del potere.
La voce della ragazza non trema. Alla sua voce il movimento affida il compito di rilanciare la sfida al sistema politico-economico che vuole sacrificare l’istruzione per superare la crisi. Non ci sono rappresentanti e non ci sono delegati: al massimo portavoce. E ci sono ragazze, tantissime ragazze che guidano il movimento. Determinate, arrabbiate.
È il primo segnale che viene dagli studenti, già un atto d’accusa nei confronti della politica dei maschi anziani: dove non ci sono gerarchie, dove l’orizzontalità scardina le verticalità della vecchia politica, dove si vuole davvero rompere con la conservazione, lì non servono quote rosa.
Lì non serve che il maschio dominante scelga le femmine cui far fare qualcosa. I più determinati, i più preparati, i più energici, i più testardi emergono naturalmente: che siano uomini, donne, bianchi, neri, gialli, omosessuali o eterosessuali.
È sabato, è domenica, eppure le aule sono piene di migliaia di studenti. Ci si siede per terra, sugli scalini, dovunque sia rimasto un posto libero. Si sta scomodi: eppure nessuno abbandona le discussioni che vanno avanti anche per sette o otto ore.
Il movimento è diventato maturo: non più soltanto i doverosi no. Adesso si parla di autoriforma. Di autoformazione. Si parla di vincere la frammentazione e la mercificazione del sapere veicolata dal 3 più 2 e dal sistema dei crediti. Si parla di riaccorpare gli esami: perché lo studio non tollera i tempi del fast food, il sapere non si può impacchettare in piccole scatole non comunicanti tra loro, la critica non può seguire i tempi della produzione.
I luoghi dell’educazione non possono essere organizzati come delle fabbriche.
Si parla della qualità, e quindi del merito. La meritocrazia è la grande offensiva ideologica studiata per delegittimare l’università pubblica. Ma che cos’è davvero il merito di cui ci parlano questi signori?
Il merito di cui parlano loro non è il merito dell’intelligenza, della creatività, della costruzione di un sapere critico, libero, capace di agire dentro la società. Il merito di cui loro parlano è quello dell’obbedienza, del rispetto delle gerarchie, di una produttività misurata col metro, con la bilancia.
Ma non si misura a chili il sapere. E non si quantifica la qualità. L’unico obiettivo di questa campagna terroristica effigiata ipocritamente con le insegne della meritocrazia è quello di smantellare l’istruzione pubblica (pubblico uguale inefficiente è un’equazione promossa su tutti i fronti) e di legare l’erogazione di fondi a una produttività calcolata secondo parametri aziendalistici.
Il movimento risponde con l’idea dell’autoformazione, con la volontà di aprire dentro l’università aree di conflitto. Riappropriandosi degli spazi e dei tempi. Con la volontà di imporre proprie metodologie di studio e conflittuali modalità di costruzione del sapere.
Quello che gli studenti vogliono è un sistema formativo pubblico, di qualità, cui sia garantito l’accesso a tutti, e in cui si possano sviluppare forme di conoscenza autonome, che aiutino lo sviluppo civile non riproducendo serialmente i modelli esistenti, ma escogitandone di nuovi e migliori. Possibilmente, più giusti.
È questo, attualmente, l’unico vero progetto di riforma in campo. L’unico vero pensiero organico sul futuro dell’università, che si sforza di superare l’attuale impianto del sistema dell’istruzione, entrato in crisi sotto le spinte di una società che per renderlo flessibile alle esigenze del mercato lo ha impoverito fino quasi a distruggerlo.
È questa l’unica offensiva politica che si espande anche fuori dall’università, che mette in discussione il sistema che ha generato la più grande crisi economica dal 1929, che si oppone alla società del precariato, dell’insicurezza, del debito strutturale.
Vedere queste forme di elaborazione politica e di partecipazione integrale, in cui tutti sono soggetti politici in prima persona, coi propri corpi e con le proprie menti, rende imbarazzante il confonto con la politica istituzionale.
In cui il vecchio che arranca, per quanto cerchi di camuffarsi da nuovo che avanza, si sforza di conservare un’impossibile e anacronistica funzione di rappresentanza.
Nessun partito è in grado di rappresentare questo movimento non solo perché tutti i partiti hanno una visione sociale infinitamente più arretrata, ma anche perché i loro metodi gerarchici non sono in grado di rispondere alla debordante richiesta di partecipazione che viene dai giovani.
Noi la crisi non la paghiamo, gridano gli studenti (ma anche, verso l’ora di pranzo, “noi la crisi se la magnamo”).
E non è più solo uno slogan: è un progetto politico. Che reclama la sottrazione del sapere e della ricerca alle logiche di una società che riesce a ragionare soltanto in termini economici, che capisce soltanto il linguaggio del denaro.
L’onda parla un’altra lingua: e quando si abbatte sulla costa la scuote e la modifica.










