Uno studio condotto su 154 soggetti dall’Università di Oxford e pubblicato sul Journal of Psychiatry lo sbandierano come “nuove speranze per i milioni di persone che soffrono di disturbi alimentari, a partire dalla bulimia”.
Ma tra gli addetti ai lavori si sorride di fronte a quella che appare, almeno alle nostre latitudini, come “ la scoperta dell’acqua calda”.
Questa terapia messa a punto da un gruppo di scienziati britannici è in grado di risolvere 4 casi su 5, attraverso un approccio cognitivo-comportamentale che si è rivelato assai efficace ed ha fatto registrare nei pazienti un miglioramento “completo e duraturo”.
Attualmente, il trattamento è ufficialmente raccomandato solo per i pazienti affetti da bulimia.
La tecnica, che in Umbria vanta quasi vent’anni, col noto prof. Brutti ed il centro di neuropischiatria infantile di Ponte della Pietra di Perugia che erano un riferimento per l’intero stivale, funziona utilizzando una serie di sessioni di consulenza che aiutano la persona interessata a realizzare i collegamenti tra le sue emozioni e i comportamenti, e fornisce modi per modificare il suo comportamento.
I trattamenti si sono svolti con sessioni di ambulatorio di 50 minuti ripetute una volta alla settimana per 20 settimane.
Il segreto? Parlare molto, far parlare il paziente, consentirgli di mettere a fuoco i veri problemi psicologici alla base del disturbo alimentare, ed affrontarli per quello che sono, evitando di mettere in mezzo il cibo.







