La formula, che sembra un espediente da supermercato, ha incrementato solo il numero degli insegnamenti ed i tempi per accedere al mercato del lavoro

Il “riformismo” può essere visto, ad essere pessimisti, come quella malattia per cui si ha l’impulso irrefrenabile a cambiare le cose. Un impulso fine a se stesso perché a migliorare non interessa a nessuno.
Un esempio di questo “riformismo”, buono solo a riempire la bocca, è la riforma dell’ università che ha introdotto il “3+2”
per inventare il dottore, dopo tre anni, ed il dottore magistrale, dopo altri due.
Il bello che il tutto era nato per abbreviare i tempi di ingresso sul mercato del lavoro dei giovani.
In realtà è stata proprio la presenza di un ulteriore titolo di laurea (specialistica) dopo due anni che ha immediatamente dequalificato la laurea triennale.
Era una cosa ovvia
, ne sanno qualcosa i costruttori di auto (per esempio) che ritardano l’annuncio di nuovi modelli per non rovinare il mercato a quelli vecchi.
Il risultato è che adesso, per essere accettati dal mercato come lo erano i laureati dopo quattro anni, gli studenti devono fare il 3+2 che spesso diventa il 3×2.
Ma i danni degli “innovatori in poltrona” non sono finiti qui e questo spiega forse il perché della riforma: un numero di insegnamenti quasi fuori controllo, quello dei docenti in continuo aumento cosi come quello della spesa a cui non corrisponde, però un sistema all’altezza delle aspettative.
Il numero degli insegnamenti, ovvero le materie, sono passati dai 116mila dell’anno accademico 2001/02 ai 180.001 dell’anno accademico 2006/07. Ma una quota consistente di questi, ben 71.038, valgono solo 4 crediti, ma sono esami, stop, che intralciano il corso di studio anche se valgono ben poco.
Sono aumentati, di conseguenza, gli studenti “lumaca”, ogni 10 iscritti quattro sono fuori corso, ed è diminuita del 2,5% la regolarità negli studi.

Meno di uno su tre si laurea nei tempi previsti.
Considerando i corsi di laurea di primo livello, infatti, dal confronto tra gli anni 2005, 2006 e 2007, si evidenzia la flessione sia della proporzione di laureati in corso (dal 34,8% nel 2005, al 30,3% nel 2006, fino al 29,9% nel 2007), sia di quelli che hanno conseguito il titolo un anno oltre la durata normale del corso (10,2% in meno rispetto al 2005).
Ancora uno su sei (17,9%) si laurea con due anni di ritardo, mentre aumenta dal 6,2% all’11% (dal 2006 al 2007) la percentuale di coloro che si laureano 3 anni oltre la durata regolare degli studi.
Il nono rapporto del Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario (Cnvsu), a sei anni dall’introduzione generalizzata dei nuovi corsi di studio, traccia un primo bilancio della riforma.
Bilancio sconsolante: sempre meno “maturi”, infatti, scelgono di diventare matricole universitarie. Dopo un triennio di aumento generalizzato degli immatricolati, (dall’a.a. 2001/2002 al 2003/2004) con la punta massima raggiunta pari a circa 338 mila unità, dall’anno accademico 2004/05 è iniziata una diminuzione progressiva, che si attesta nel 2006/07 sulle 308 mila unità.

Anche il rapporto fra il numero di immatricolati e quello dei 19enni, ossia di coloro che hanno l’età “normale” per iscriversi all’università, dopo anni di continuo aumento, denuncia il rapporto, subisce una frenata.
Se nell’Anno accademico 2000/01 si registravano 45 immatricolati ogni 100 diciannovenni (meno di uno su due), ma all’avvio della riforma (a.a 2001/02), erano il 51% e giungevano a superare la quota del 56% nel 2005/06, nel 2006/07 si registra una contrazione, che porta il valore a 53%.
Resta invariata al 20% la quota degli “abbandoni”: per ogni cinque studenti immatricolati, uno lascia gli studi dopo il primo anno.
E ancora, denuncia il Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario, per ogni cinque iscritti, uno è “inattivo” (non ha sostenuto alcun esame o acquisito crediti nell’ultimo anno solare). 

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