Un piccolo rivolo dell’infiltrazione, non certo recente anche se “scoperta” solo di recente dalle istituzioni, delle mafie in Umbria giungerà presto all’esame della Giustizia.
E’ un piccolo rivolo che però è caratterizzato da un collegamento dell’organizzazione siciliana con un altro tipo di “mafia”, quella dei colletti bianchi, finanzieri, grandi professionisti che hanno sfruttato il veicolo di una organizzazione antica: la Massoneria e di massoni l’Umbria è notoriamente piena.
Con il rinvio a giudizio del faccendiere orvietano Rodolfo Grancini e dell’impiegato della Cassazione, Guido Peparaio, di Ficulle, qualcosa forse si riuscirà ad intravedere e comprendere sul connubio.
Coi due infatti finirono in manette, a giugno scorso, altre sei persone (imprenditori, professionisti e anche una poliziotta), nell’ambito dell’operazione “Hiram”.
Il gup, ha rinviato tutti a giudizio, per corruzione in atti giudiziari e concorso esterno in associazione mafiosa, in quanto ha ritenuto che massoni e boss andassero braccetto per congelare i processi, in particolare per ritardare la celebrazione di processi in Cassazione o l’esecuzione di misure cautelari.
Il faccendiere orvietano – già presidente del circolo della Rupe di Dell’Utri – sarebbe stata la “mente” e l’uomo dai contatti giusti, mentre il ficullese avrebbe avuto il compito di far “dormire” o far andare temporaneamente “fuori posto” alcuni fascicoli importanti nei cassetti della Cassazione.
Il tutto per ritardare i processi per imprenditori e professionisti legati a Cosa Nostra, come risulterebbe da alcune telefonate nelle quali si fa anche riferimento all’influenza di di Matteo Messina Denaro, il boss indiscusso di Castel Vetrano.
- Redazione
- 12 Gennaio 2009









