La graduatoria, che vede precipitare la nazione, sembra premiare i paesi dove le scorribande di pochi non incontrano limiti

L’Italia arrancherebbe sconsolata dietro a Paesi come Kirghizistan, Namibia e Madagascar e precipiterebbe al 76/mo posto nella classifica della libertà economica.
A stilare la graduatoria, come ogni anno, sono Heritage Foundation e Wall Street Journal, che si basano su dieci parametri per valutare l’eventuale presenza di ostacoli da parte dello Stato all’agire individuale. Per l’Italia, la caduta è di 12 posizioni e di 1,2 punti rispetto allo scorso anno.
Lo studio invero è stato elaborato quando sembrava valesse, pochi mesi fa, il principio per cui tutto ciò che va bene ai capitalisti va bene per i popoli e paesi, per cui adesso, che tanti miti sono stati infranti, occorre molta più cautela per accettare come buoni risultati che vengono dai “guru falliti” della finanza mondiale.

La classifica di quest’anno comprende 183 Paesi, 21 in più rispetto allo scorso anno
, con l’ingresso, tra gli altri, di Afghanistan, Eritrea, Liechtenstein e Maldive.
I parametri presi in considerazione, espressi con un punteggio da 0 a 100, sono relativi a dieci libertà: imprenditoriale, di scambio, fiscale, dallo Stato, monetaria, d’investimento, finanziaria, dalla corruzione, del lavoro e diritti di proprietà. Tali parametri si concentrano sia su fattori macro-economici sia su indicatori che consentano di stabilire la facilità o la difficoltà di aprire e gestire un’attività economica.
L’Italia, con un totale di 61,4 punti (contro i 90 della regina Hong Kong), scende al 76/mo posto: una particolare debolezza si riscontra alla voce ‘Government size’, vale a dire la presenza dello Stato nell’economia del Paese, dove i punti raccolti sono solo 24,7, e a quella relativa alla libertà dalla corruzione (52 punti).
I maggiori Paesi europei figurano tutti davanti all’Italia: il Regno Unito è al decimo posto, la Germania è 25/ma, la Spagna 29/ma e la Francia (con 14,5 punti alla voce ‘Government size’) 64/ma.

La correlazione tra libertà economica e ricchezza nazionale
– spiega sul Wall Street Journal di oggi Terry Miller, direttore all’Heritage Foundation – è confermata anche dai dati di quest’anno: i Paesi più liberi godono di una ricchezza pro-capite maggiore di oltre dieci volte rispetto a quella degli Stati più ‘repressi’. Il pil pro-capite dei Paesi liberi, si legge nello studio, è infatti pari a 40mila dollari, contro i 33mila dei Paesi quasi del tutto liberi, i 15mila dei moderatamente liberi, i 4.300 dei poco liberi e i 3.900 dei repressi.
Ma il pil pro-capite è un valore che viene dalle statistiche ed esiste solo lì, come insegnòTrilussa.

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