E' morto a fine gennaio; è sepolto nel cimitero di Canonica di Todi

Ho visto la sua bara di legno chiaro calare nella fossa che l’escavatore aveva finito di completare. Erano le dieci di domenica primo febbraio e sul camposanto della Canonica cadeva una pioggerellina gelata. Ho visto la benna dell’escavatore raccogliere la terra ammucchiata ai lati della fossa e rovesciarla sulla cassa dalla quale è salito il rumore di legno percosso. Avevo visto la bara nella cappella del cimitero prima che l’avviassero verso quel buco scuro, facendola scorrere sulla ghiaia inzuppata, montata su un carrello a ruote. Sul coperchio c’era una targa di metallo con il suo nome, Stefano Ruta, la data di nascita 1.1.1921 e quella della morte 28.1.2009.
L’avevo sentito al telefono un paio di settimane prima e gli avevo rammentato che il grande caco del suo giardino era ancora ricco di frutti, maturi e molli. Mi aveva invitato a raccoglierli perché, aveva detto, più sono maturi e più sono saporiti.
L’avevo chiamato a Roma, dove aveva deciso di trascorre questo inverno così umido e piovoso, sapendo di non poter resistere nella casa della Canonica, a Todi, ad alcune centinaia di metri dalla mia, da solo, con i suoi gatti.

Stefano aveva ottantotto anni ma la sua mente, aperta e libera, ne dimostrava cinquanta, tanto era attento al mondo, ai colori, ai suoni, alle voci. Né poteva essere diversamente dato che il suo temperamento d’artista, e che artista, lo trascinava a sognare sui refoli della fantasia. Una quindicina di anni fa aveva dovuto applicare qualche rimedio al cuore e da quel momento la sua vitalità aveva subito un rallentamento. Niente di clamoroso, sia chiaro. Invece di fare i gradini di casa a due per volta, aveva adottato il passo del gradino singolo. E in giardino, quando il sole d’estate cuoce le pietre, amava sedere all’ombra proprio per riguardo a quel suo cuore che non doveva subire maltrattamenti da calore. E quando l’inverno passato veniva a cena da noi, nel riaccompagnarlo verso l’auto che aveva parcheggiato lontano, dove c’è la P ammonitrice, mi raccomandava di non farlo camminare in fretta in salita perché col vento gelido della notte quel suo cuore poteva avere dei sobbalzi minacciosi.

Abbiamo condiviso amicizia, confidenza, parole e speranze per quasi trent’anni.
Ci siamo conosciuti all’inizio del 1980 quando noi comprammo casa alla Canonica e Stefano stava ristrutturando la propria. Scoprimmo di provare simpatia e ci scambiammo la promessa del mutuo soccorso. Hai fame e sei solo? Vieni a cena da me. Ti serve un attrezzo? Te lo presto io.
Stefano era separato e non ho mai conosciuto sua moglie, ma ho conosciuto i suoi figli, Massimiliano che è un bravissimo fotografo, e Simonetta che è mamma di Valerio e Francesca, un suo fratello e due delle sue numerose sorelle che lo consideravano il bambino di casa perché così era, essendo Stefano l’ultimo di una serie di figli che i genitori avevano scodellato in Romania, a Tulcea, dove s’erano trasferiti per dare sviluppo all’attività imprenditoriale di famiglia. Provenivano dalla Puglia ed erano finiti in Romania da emigranti, ma emigranti di lusso. A casa Ruta si parlava rumeno e francese, oltre che italiano naturalmente e Stefano era seguito da una governante francese. E’ stata lei, mi diceva, ad educarlo al bello, all’arte dei colori e alla musica, alle seduzioni dell’Impressionismo e alla malinconia delle polonaise di Chopin.

Venuto in Italia subito dopo la guerra aveva dovuto lavorare ed era stato un brillante creativo della Cassa per il Mezzogiorno, non occupandosi di erogazioni di denaro ma di immagine di quel mastodonte affastellato di burocrazia. Ma era la pittura la sua vocazione. Abbiamo suoi quadri a casa, leggeri e sereni come sereno era il suo sguardo, ma soprattutto abbiamo le sue serrature. Sì serrature, perché Stefano era maestro di serrature. Purché antiche e rugginose le cercava dappertutto, di tutti i tipi e dimensione, le smontava e le ricomponeva a modo suo, saldando e scucendo, ricavandone basi per lampade, contenitori per la cucina, per lo studio, per i fiori. Arredo purissimo, frutto della sua fantasia generosa. E il suo studio era studio di pittore con tele, cornici, tavolozza, pennelli e colori, ma era anche officina con tornio, sega e trapano a colonna: il banco di dissezione delle serrature che sarebbero diventate opera d’arte dopo la trasformazione nelle mani di Stefano.

Nei trent’anni della nostra amicizia l’ho sempre visto circondato da donne, alcune anche molto giovani, le sue ispiratrici ma anche compagne di solitudine. Mi parlava delle donne con il calore che merita una creatura preziosa e mi metteva anche a parte dei suoi segreti di amatore, suscitando la mia ammirazione.
Da qualche tempo non c’erano più donne nella sua vita, ma un badante rumeno. Ed erano spesso litigi perché Stefano sognava ancora, attorno al suo tavolo da pranzo e di fronte al camino, belle figure di donna con gli occhi lucidi di ammirazione per la sua creatività generosa.
Lo rimpiango. Ho perduto un amico colto e stimolante, come sa esserlo un saggio signore di ottantotto anni, creativo e generoso, che provava gioia nell’ammirare i nodi di un tronco di quercia, che dipingeva fiori con l’eleganza di un maestro dell’Impressionismo, che ridava vita alle serrature con la forza di Vulcano e che s’inteneriva al pianoforte suonando a memoria Chopin e Gershwin.

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