Il capogruppo del PRC in Consiglio regionale dell'Umbria denuncia l'abolizione del limite, di circa 300 mila euro annui, alle retribuzioni degli alti dirigenti

Uno stipendio lordo pari ad almeno 20 venti volte più alto di quello che percepisce un laureato sembra abbastanza equo, o meglio sembrava equo, anche per gli alti dirigenti pubblici. Che una persona possa avere un quoziente intellettivo fino a 20 volte superiore a quello medio si potrebbe ammettere, come pure si potrebbe accettare che ci sia chi riesce a lavorare con una intensità 20 volte superiore a quella media.
E quindi la possibilità che qualche dirigente pubblico particolarmente dotato raggiungesse una retribuzione di tal misura poteva accettarsi, magari controvoglia, perchè essa era ritenuta equa.
Sembrava perché il limite voluto dall’esecutivo Prodi per i dirigenti pubblici, che fissava ad un massimo di 289 mila 984 euro lordi l’anno gli stipendi per i dirigenti pubblici, alla chetichella è stato eliminato, proprio quando il tutto il mondo iniziavano a manifestarsi i guasti di una oligarchia pubblica ed economica che si accaparra retribuzioni dalle cinque cifre in su.
E quando già si incominciava a chiedere che limiti si mettessero pure ai manager di imprese private, che sempre meno rischiano soldi propri, bensì quelli di una miriade di piccoli azionisti, potendo scegliere se “fregare” quest’ultimi o la miriade di clienti delle loro aziende in un mercato dove la concorrenza c’è sul modo migliore di spennare i clienti e se non va bene i lavoratori.
Una oligarchia che poi fa fallire le banche, con la connivenza dei controllori anch’essi super pagati, per fare sempre più soldi, speculando e correndo dietro alla speculazione finanziaria.
Una decisione di tale genere non è solo, come afferma il capogruppo regionale di Rifondazione comunista Stefano Vinti in una sua dichiarazione nei giorni scorsi “un fulgido esempio di come non affrontare la crisi economica”, ma una miccia accesa di fronte al dilagante aumento dei disoccupati che potrebbe far esplodere la situazione e ritorcersi contro quanti giocano col fuoco.
E certo non è in linea neppure con quanto contenuto nell’appello dei giorni scorsi dei Vescovi umbri.

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