I fatti che nel febbraio del 2005 portarono alla morte a due anziani, di 78 e 72 anni, ricoverati nell’ospedale di Todi, a seguito di un clistere che, per un tragico errore, utilizzò la formaldeide anzichè il sorbitolo, è giunto alla sua prima tappa giudiziaria.
Il primo prodotto, utilizzato per sterilizzare apparecchiature endoscopiche, non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi nel nosocomio tuderte, perché mai in uso, contrariamente a quanto avveniva nell’ospedale di Marsciano.
Questo fatto, unitamente alla notevole somiglianza del prodotto killer con quello giusto, facilitò l’errata somministrazione di un prodotto, confuso già all’origine del percorso che era partito dal magazzino farmaceutico, gestito da una cooperativa a Ponte San Giovanni per tutti i presidi sanitari della Usl 2.
Nonostante che la stampa, comprese le televisioni nazionali, abbiano fatto la loro parte nel far vedere da tutte le angolazioni possibili le due diverse confezioni per sottolinearne la “strana” somiglianza, sul banco degli imputati sono saliti unicamente gli operatori del magazzino farmaceutico e le infermiere del reparto.
Mentre nelle case degli italiani è prassi del buon padre o madre di famiglia, distinguere chiaramente olio ed aceto, zucchero e sale, non altrettanto è evidentemente stato chiesto né all’industria farmaceutica né a chi autorizza le confezioni dei prodotti sanitari.
Per effetto di questo sbaglio un anziano morì poche ore dopo e l’altro dopo una settimana di agonia.
Due anni fa, un’infermiere e un responsabile del deposito farmaceutico optarono per uscire subito dal processo, patteggiando la pena ad un anno e mezzo di reclusione.
Ieri il giudice di Todi, al termine del processo ai quattro imputati che non hanno scelto il rito abbreviato, ha emesso tre condanne ad un anno e sei mesi di reclusione e una assoluzione.
La giustizia ha fatto il suo corso, ma resta il dubbio se giustizia completa sia stata fatta.
I condannati ricorreranno tutti in appello. Ma gli interessi che stanno dietro all’accaduto difficilmente consentiranno che si scavi troppo su quello che è avvenuto prima che il flacone fatale partisse dal magazzino della Usl.
Solo quando la motivazione della sentenza sarà resa pubblica si potrà conoscere quali elementi e circostanze siano state apprezzate dal magistrato.
Certo è che, per quanto agli operatori della sanità si chieda un’attenzione superiore a quella media, aggiungere alla pena del rimorso quella di 18 mesi di reclusione, se non consola i familiari delle vittime, pare un fardello troppo oneroso.










