La carica più importante e più ambita dalle famiglie che componevano il ceto dirigente cittadino di Todi tra XVI e XVIII secolo è stata quella di Priore della città di Todi. Dieci erano i Priori comunali, per questo furono chiamati anche Decemviri i quali, con i loro poteri, costituivano una sorta di moderna Giunta, con ampie competenze decisionali sull’amministrazione ordinaria e straordinaria della cosa pubblica. Una carica antica che, nel corso della secolare storia comunale e nei diversi cambiamenti degli assetti politico istituzionali, variò nome più volte: da Consoli delle Arti a Conservatori della pace, quindi Anziani ed infine Priores Populi Tuderti.
Il ruolo di Priore consentiva di accedere al governo della città e offriva a tutta la famiglia, chiamata a questo compito tramite un suo esponente, una occasione per affermare il proprio prestigio e guadagnare una considerevole visibilità sociale. Il servizio alla città mediante l’ottenimento di cariche pubbliche significava iniziare a salire quei gradini dell’onore civico che erano tutti titoli di merito per accedere alla nobiltà cittadina.
Il mandato durava solamente due mesi e, allo scadere del bimestre, altri dieci Priori subentravano in questo ruolo, e così fino alla fine dell’anno con un puntuale sistema di alternanza. Un complicato meccanismo portava all’estrazione dei nomi dei Priori i quali erano tutti inseriti all’interno di sei palle, dieci nomi per palla, queste, a loro volta, conservate dentro un contenitore chiamato bussolo e poi estratte per i rispettivi mesi. Gli imbussolatori erano coloro i quali preparavano il bussolo con tutti i nominativi, giuravano di mantenere il segreto sul loro operato e si impegnavano a procedere correttamente sulla scelta dei nomi dei candidati che tra i requisiti necessari dovevano avere almeno venticinque anni ed essere persone dotate di “decoro e reputazione”. Agli imbussolatori correva l’obbligo di escludere quei cittadini o artigiani che non rispettavano il decoro tanto nel vestire quanto in altre azioni durante tale officio e di non inserire nessuno che risiedesse fuori di Todi “come sono quelli che sogliono stare continuamente a Roma et in altri paesi per loro affari”. La palla sorteggiata al governo con dentro i dieci nomi era chiamata Palla d’Oro. Sebbene la durata della carica fosse alquanto breve, tuttavia molti erano gli obblighi ed i compiti istituzionali da assolvere attraverso una rigida scaletta di cerimonie. Al ruolo di Priore era connesso un forte valore simbolico che si manifestava tramite una fastosa quanto articolata cerimonialità che scandiva i tempi delle liturgie civiche, e che poi andava ad innestarsi su quella ancor più solenne di carattere religioso. Il fulcro dell’organizzazione era dunque l’etichetta e comprenderla, approfondirla, analizzarla nei suoi meccanismi significa addentrarsi nell’intricata foresta dei simboli che in passato rendevano sacro l’esercizio del potere. È nelle manifestazioni formalizzate del decemvirato cittadino investito della direzione politica del potere comunicativo che i tratti della simbolica di classe possono essere osservati e colti nella loro identità e rilevanza effettiva, quali segni del coordinamento fra azione pratica di governo e adesione alle “verità eterne” ed ai relativi codici di comportamento.
I Priori avevano l’obbligo di risiedere nel Palazzo Comunale dove era instaurata, di fatto, una piccola corte preposta ad accogliere e a servire la nobile famiglia priorale strutturata con valletti, mastro di casa e, dato che la residenzialità comportava il mangiare nel palazzo, un cuoco che coordinava la cucina e comprava i generi alimentari per il pranzo dei Decemviri. Quando si richiedeva la presenza dei Priori in pubbliche cerimonie, era fatto loro obbligo di indossare l’abito ufficiale, ossia le zimarre con sotto le cappe paonazze.
Sono questi soltanto alcuni elementi formali, ma di fatto sostanziali, che ci danno lo spessore della reputazione pubblica, dell’onore e del prestigio legato alla carica e dell’alta considerazione del ruolo di amministratore cittadino. Essi sono lo specchio dell’auto organizzazione di un ceto dirigente con, soprattutto dalla seconda metà del XVI secolo, una connotazione aristocratica che ricavava il proprio riconoscimento e la propria consacrazione di governo dalla città stessa, concepita e idealizzata come un Municipium romano.
Al termine del loro mandato, per antica consuetudine, i Priori lasciavano una memoria scritta di tutto quanto da loro era stato realizzato o iniziato nel bimestre che li aveva visti nel ruolo di governanti. Un’operazione che da un lato favoriva la continuità amministrativa, consentendo ai successori di raccogliere il testimone su quanto realizzato in precedenza, dall’altro permetteva ai Priori di eternare i loro nomi e i loro casati, mediante gli stemmi familiari, nella storia della città di Todi per il servizio reso alla “patria”. Tale abitudine portò alla compilazione di una serie di registri cartacei chiamati appunto “Memoriali dei Priori” nei quali, dalla seconda metà del XVI secolo, si consolidò l’usanza di decorare la pagina iniziale, prima con dei semplici motivi ornamentali, poi con delle piccole vedute della città di Todi, intorno ai capilettera, fino ad arrivare, a partire dal 1569, ad una vera e propria composizione celebrativa nella quale sono riportati in maniera figurata i simboli costitutivi del governo cittadino, o meglio della “Repubblica Tuderte” come ancora era chiamata con una non celata nostalgia dell’età romana, sia civili che religiosi.
Primo fra tutti l’Aquila, sempre posta a mò di nume tutelare in posizione predominante, centrale, una sorta di nume tutelare, nell’architettura generale che prevede sempre la presenza degli stemmi familiari dei dieci Priori del bimestre. Su questo tema di base nel corso degli anni, si ebbero molte trasformazioni legate al cambiamento del gusto artistico e a una sempre maggiore ricerca simbolica in grado di trasmettere attraverso gli schemi iconografici messaggi ed insegnamenti inerenti al compito primario dei Decemviri: l’amministrazione del bene comune in maniera virtuosa e prudente, mettendo da parte ogni interesse privato, ogni particolarismo. Proprio per fare meglio comprendere la dottrina della “Buona amministrazione “ nelle decorazioni s’iniziò a utilizzare anche lo strumento visivo delle “Imprese”: un complicato apparato di comunicazione che va ogni volta decodificato, molto apprezzato dal XVI secolo, che univa il motto, ossia la parte scritta, chiamata anima, all’immagine ossia il corpo.
L’impianto decorativo e celebrativo andò sempre più amplificandosi sul piano formale con l’aggiunta di una pagina decorata che precedeva quella con gli stemmi priorali; pagina che poteva recare o un’ulteriore grande aquila o un’ Impresa o, come spesso accadeva, la raffigurazione del Santo o dei Santi che in quel bimestre erano festeggiati o il cui intervento era invocato per proteggere la città dalle diverse calamità, in primis la peste, tutti rigorosamente componenti il pantheon dei Santi protettori, pilastri della religione civica del Comune. Altro elemento di grande interesse fu la graduale introduzione da parte dei Priori di un Proemio, vale a dire di una lettera che anticipava la mera rendicontazione di quanto da loro portato a termine, indirizzata ai Priori del bimestre successivo. Una dichiarazione d’intenti, un testamento morale e al tempo stesso una formale enunciazione dei valori e dei principi che dovevano ispirare l’azione politica dei singoli Priori nel servizio alla patria, una patria ovviamente civica che è, lo ribadiamo, la città di Todi. Il contenuto di tali lettere si rivela di grande interesse per capire quali erano i propositi e soprattutto gli ideali e le basi filosofiche e religiose che animavano gli amministratori locali di antico regime. Chi è impegnato nel governo della città, deve in primo luogo possedere le virtù politiche della prudenza, della fortezza, della temperanza e della giustizia.
Solo queste virtù rendono i governanti veri uomini politici, in grado di reggere la città idealizzata nel senso classico di res pubblica; l’uomo politico è tale perché dotato di queste virtù e quindi capace di difendere la comunità civile. L’insieme di queste qualità, secondo il principio ciceroniano, rendono l’uomo honestum. La prudenza è la virtù più preziosa perché ad essa spetta il compito di guidare nella scelta giusta, segue la giustizia che conserva la società umana e le Repubbliche poiché se la società non avesse assicurato a ciascuno quanto dovuto, la repubblica si sarebbe dissolta a causa dell’invidia e della sedizione. Accanto all’alto senso di responsabilità e di consapevolezza del ruolo che sono chiamati a ricoprire emerge, tuttavia, con evidenza il senso di impotenza, di sconforto e di incapacità nel potere portare a termini gli affari del Comune o meglio i negotii come vengono definiti letteralmente per molteplici motivazioni ricondotte sopratutto alla brevità del periodo di carica e ad una mancanza di esperienza dell’amministrare la cosa pubblica. Rammarico ancor più aggravato, specialmente nella seconda metà del Seicento, da un dilagante disinteresse per la carica priorale dimostrato dai cittadini di Todi. In alcuni casi il Proemio narra invece l’avvenimento più importante, e quindi degno di una memoria particolareggiata, accaduto durante il bimestre. Si trovano in tale contesto la descrizione della traslazione dei Corpi Santi del 1595, voluta dal vescovo Angelo Cesi, con una puntuale spiegazione di tutti i momenti della cerimonia, così come nel 1575 un inedito diario del viaggio fatto a Roma da 500 pellegrini di Todi in occasione del Giubileo.
La raccolta dei memoriali si compone di ben quarantuno volumi, le decorazioni, salvo rarissime eccezioni, non sono firmate ne è stato possibile rintracciarne in modo documentato gli autori anche se, con molta probabilità e viste le forti somiglianze stilistiche e formali, alcune di esse possono essere ricondotte, almeno per la prima metà del Seicento, alla mano Pietro Paolo Sensini. La serie delle decorazioni purtroppo è incompleta, molte sono state asportate prima del 1934, come si evince già dall’inventario redatto in quella data ed altre, come riportato da fonti memorialistiche, furono letteralmente strappate durante il biennio giacobino del 1798-99 dai repubblicani tuderti in quanto raffiguranti gli stemmi delle famiglie priorali e quindi simboli da abbattere per il loro significato politico e religioso.
Si chiudeva così, anche se in maniera non del tutto definitiva, l’azione e la dedizione di un ceto dirigente che operava in un impegno di azione quotidiana e di respiro politico ove lo spazio e il senso del servizio, della lealtà e della devozione si identificavano nella dimensione municipale e tendevano ad esaurire la propria carica emotiva nell’affetto, tenero e tenace per la “piccola patria” e per le sue “libertà”.










