Nonostante il terremoto del 1997, sono sempre alte le probabilità che un nuovo sisma possa colpire la nostra regione; una mappa dell 'Istituto di Matematica Applicata e Tecnologie Informatiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche identifica le zone dove sarebbe meglio rafforzare le costruzioni

La preoccupazione in Umbria, per il  terremoto, non è infondata anche se non esistono ancora mezzi “predittivi”. 
In base alla mappa consegnata nel 2007 e realizzata grazie ad un progetto nell’ambito della Convenzione 2004-2006 tra il dipartimento della Protezione Civile e l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), restano ad alta probabilità di eventi sismici diverse zone dell’Umbria nonostante il terremoto del 1997 perchè, secondo le stime fornite dal modello in esame, è probabile che un evento forte sia seguito da altri di pari intensità negli anni successivi.
Lo ha dichiarato Renata Rotondi, primo ricercatore all’Imati – l’Istituto di Matematica Applicata e Tecnologie Informatiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) che l’ha realizzata realizzata in base ad un modello probabilistico.
«Esistono diversi modelli per assegnare la probabilità che un terremoto avvenga in una certa area, ma sono tutti ancora in studio e nessuno può dare con certezza una previsione» ha precisato la ricercatrice, che ha messo in evidenza come la probabilità che si verificasse una scossa di magnitudo superiore a 5.3 nella zona interessata dal terremoto abruzzese del 6 aprile era del 30%. Una percentuale, questa, tra le più alte nella scala realizzata, «l’epicentro del terremoto abruzzese cadeva proprio in un’area in cui la probabilità che accadesse un terremoto era tra le più alte».
«L’intento della mappa – ha sottolineato la Rotondi – è quello di stabilire una graduatoria di priorità di interventi per focalizzare, ad esempio, eventuali operazioni di rafforzamento degli edifici». I terremoti considerati in questi studi sono solo quelli di magnitudo superiore a 5.3-5.5.
«In Italia – ha dichiarato la ricercatrice – si registrano relativamente pochi terremoti, in confronto a California, Giappone o Nuova Zelanda, aree di sismicità medio-alta. Il problema è che per osservare un ciclo sismico intero noi abbiamo bisogno di secoli, mentre ad esempio in Giappone bastano decenni». Anche per questo è difficile mettere a punto e validare dei modelli che siano predittivi per i terremoti che avvengono nelle nostre regioni.

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