Nelle "alte sfere" nazionali c'è qualcuno che vorrebbe eliminare la posssibilità per gli operati di trascorrere la notte dell'intervento in ospedale, per realizzare un insignificante risparmio e terrorizzare gli operandi
In Umbria 4 pazienti su 10 che devono essere sottoposti ad interventi chirurgici entrano il mattino in ospedale, sono operati e la sera, al massimo il mattino dopo, tornano a casa.
La media in Italia di interventi in day surgery rispetto al totale è stata nel 2007 del 35,2 per cento. Ma l’Umbria si colloca ai primi posti per frequenza di applicazione di questo metodo di trattamento chirurgico che viene gestito “a misura d’uomo”
In dettaglio in Italia, su 4.588.87 interventi, quelli in day surgery sono stati 1.616.641. Il primato va alla Provincia Autonoma di Trento con il 53,5 per cento, più di un’operazione su due. Sopra la media: Piemonte (48,0), Sicilia (47,5), Basilicata (44,6), Umbria (44,5), Liguria (43,6), Toscana (42,9), P.A. Bolzano (39,6), Marche (39,3), Veneto (38,7), Sardegna (37,7), Valle d’Aosta (37,4), Abruzzo (35,4). Sotto la media italiana: Campania (33,1), Molise (32,8), Calabria (31,5), Emilia Romagna (30,1), Friuli V.G. (29,3), Puglia (28,9), Lazio (27,8).
All’ultimo posto la Lombardia con il 25,3.
Sulla day surgery, sempre più accettata dagli umbri, si stanno però addensando ombre, concentrate sul quella notte di permanenza in ospedale, che sembrano gettate da chi in ospedale, pubblico ovviamente, non c’è andato mai e non si rendono conto quanto la notte per un appena operato possa essere un’esperienza terribile se vissuta da soli, col terrore di qualche complicazione in assenza di medici ed infermieri.
Peraltro, una notte, otto ore di sosta in ospedale non generano alcuna spesa aggiuntiva per il S.S.N. che invece risparmia sulle chiamate alle ambulanze nei casi in cui i pazienti o i loro familiari si spaventano.
La denuncia, che almeno in Umbria trova ampiamente d’accordo la popolazione, all’apertura a Treviso del XIV Congresso della Società Italiana di Chirurgia Ambulatoriale (SICADS) dove si fa il punto sullo stato dell’arte della chirurgia di un giorno e vengono presentati i risultati della sperimentazione del “Modello Treviso”: un progetto integrato voluto dalla Regione Veneto all’ospedale “Ca’ Foncello”, fra la day surgery per interventi che richiedono un solo giorno di ricovero, la week surgery, con ricoveri fra due e quattro giorni, e la chirurgia tradizionale per i pazienti più complessi.
“La day surgery italiana- dice Marsilio Francucci, presidente della SICADS e operante presso l’Azienda Ospedaliera ‘S.Maria’ di Terni – dal 14,6 per cento del totale degli interventi nel 1998 è passata al 35,6 per cento nel 2006 e, con una leggera flessione, al 35, 2 per cento nel 2007.
La situazione può aggravarsi con la decisione presa a livello nazionale, nell’illusione di risparmiare, di non consentire più al paziente, se necessario, di pernottare in ospedale dopo l’operazione anziché tornare subito a casa
.
Si rischia che pazienti con patologie non complesse tornino ad essere assistiti in corsa accanto a malati molto più gravi”.
In Umbria nel 2007 gli interventi chirurgici eseguiti in regime di day hospital sono stati pari al 44,5 per cento rispetto al totale degli interventi e hanno interessato 31.612 pazienti.
Una realtà che è andata cambiando nel  corso degli anni: era pari al 42 per cento nel 2002, è salita al 45,7 per cento nel 2005 per attestarsi al 44,5 per cento nel 2007
.
Anche in Umbria così come nel resto d’Italia la percentuale maggiore di interventi chirurgici
vengono eseguiti in regime ordinario, con ricovero di un solo giorno (7,2%) o di più giorni (48,2%).
La SICADS ha presentato al ministro Maurizio Sacconi un dossier in cui si chiede un “Programma Nazionale day surgery” con tavoli di lavoro, la definizione univoca di day surgery e chirurgia ambulatoriale e della tipologia degli interventi, con la possibilità di decentrare l’attività in strutture extraospedaliere appositamente accreditate.
Nella giornata inaugurale del Congresso- i lavori continuano giovedì e venerdì- è stata illustrata la sperimentazione del cosiddetto “Modello Treviso” all’ospedale “ Ca’ Foncello”.

condividi su: