L'udienza è stata rinviata al 17 giugno quando saranno di nuovo di fronte gli esperti di accusa e difesa


L’udienza preliminare che vede imputate 22 persone per presunte irregolarità compiute in occasione del ritrovamento del cadavere del medico perugino
nelle acque del Trasimeno ha visto a Perugia il confronto tra i consulenti di accusa e difesa sulle cause che portarono alla morte di Francesco Narducci.
I consulenti dell’accusa e della parte civile hanno ribadito quanto già sostenuto in seguito all’autopsia svolta nel 2002 sul corpo del giovane medico perugino e che individua la causa della morte di Francesco Narducci in una asfissia meccanica violenta prodotta da costrizione al collo (strozzamento o strangolamento) secondo una «volontà omicidiaria».
Il cadavere ripescato a Sant’Arcangelo nell’ottobre 1985 non sarebbe quindi quello del medico perugino.
Per gli esperti della difesa, invece, Francesco Narducci morì per un evento accidentale o perchè suicidatosi nelle acque del lago Trasimeno;  la frattura non sarebbe da ricondurre ad una «azione omicidiaria».
Tutti gli imputati hanno sempre respinto le accuse: 22 capi d’imputazione per reati quali falso, omissione d’atti d’ufficio, occultamento di cadavere ed altri.
La presunta associazione per delinquere, della quale sarebbe stato promotore e organizzatore Ugo Narducci, padre del medico trovato morto, avrebbe cercato di sviare gli accertamenti sulla morte, per evitare che si ipotizzasse un omicidio legato alle vicende del «mostro di Firenze» come, invece, la voce popolare sembra che in quel momento volesse accreditare.
 L’udienza è stata rinviata al 17 giugno prossimo per ulteriori approfondimenti da parte dei periti.

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