Riflessioni di inizio stagione per far uscire la caccia italiana dalle secche in cui si è messa
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Vogliamo soffermarci un attimo, alla ripresa delle varie attività autunnali,  e con la stagione venatoria aperta, su di una questione che dalla base dei cacciatori viene considerata, sotto certi aspetti prioritaria, per consentire alla caccia italiana di uscire dalle “secche” in cui è messa. Che ci sia da piangere appoggiati  ad una sorta di  “Muro del Pianto” , simile a quello eretto all’epoca del primo Tempio di Gerusalemme, è fuori da ogni  dubbio. Come è  altrettanto vero che nei “quartieri alti”  si viva la situazione, con una forte dose di “disincanto”.
I cacciatori si arrovellano sui blog, la politica fedele al motto di “vestivamo alla marinara” seguita a fare le promesse di un marinaio, mentre  le Federazioni venatorie, dopo un percorso a zig-zag, sottoscrivono una specie di “Magna Carta” , che costituisce in ogni caso un buona base rivendicativa.
Ma che ci sia una debolezza non tanto nei contenuti, ma sul piano di una strategia rispetto alle questioni della rivalutazione del concetto di “caccia” nel nostro paese, sono in pochi ad avere, secondo noi, la possibilità di negarlo. I dati sono lì nudi e crudi : dal milione e settecentomila cacciatori del 1980, siamo passati, dissanguandoci anno per anno, al milione e quattrocentomila del 1990, agli 800.000 del 2.000, fino a raggiungere i circa 700.000 del 2008.
Peggio della “filossera” della vite (Daktulosphaira vitifoliae-Fitch,1856)  dannoso fitofago  che ha attaccato, dapprima le radici delle specie europee, per poi arrivare ai vitigni Italiani. Per carità non vogliamo drammatizzare, ma di questi passi, fra non molti anni, se non si interviene con una terapia d’urto, la caccia ed i cacciatori rappresenteranno un qualcosa che assomiglierà tanto alla trasmissione televisiva dell’ ”Isola dei famosi”. Che strano destino imperversa in questo paese, a guardare bene sono due le categorie che si stanno estinguendo: gli operai ed i cacciatori, e la cosa dovrebbe allarmare non poco.

Certo non bisogna essere pessimisti, perché il pessimismo fine a se stesso fa più danni della grandine, ma non è il più il tempo secondo noi di stare alla finestra, sperando che il cielo sia “azzurro” ed  “il treno dei desideri “, della canzone di Celentano possa fare il miracolo. O viceversa ci si adagi in una specie di “Aventino”  per praticare una sorta di “scaricabarile”  dove le  “colpe” sono sempre degli altri e mai di se stessi. O chi , invece, “lucra” sul mantenimento dello “ Status quo ” fedele al motto che il Principe Tancredi rivolse nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, al Principe di Salina :  “che tutto cambi perché nulla cambi”, o al “Brindisi di Girella” di Giuseppe Giusti : “ Quando tornò /lo  “statu quo”/ feci baldorie /staccai i cavalli / mutai le statue / sui piedistalli ”.
Una strategia credibile per il prossimo futuro, inteso per domani e non per il dopodomani, deve a parer nostro considerare ineludibile la necessità di creare nel paese una unica Associazione Venatoria, che abbia come compito principale di promuovere la cultura e le tradizioni della caccia, prima fra i cittadini non cacciatori e poi fra i cacciatori.
Di fatto con la situazione attuale, le Federazioni che raccolgono l’adesione obbligatoria degli associati, attraverso la sottoscrizione dell’assicurazione, hanno si i tesserati, ma di questi solo una parte minima partecipa al processo associativo, che dovrebbe essere costituito da una partecipazione attiva e propositiva nei confronti dell’Associazione di cui si fa parte. E’ come se per vedere un film, o una partita di calcio, si è costretti a pagare il biglietto. Bene si vede lo spettacolo e tutto alla fine finisce lì. Non azzardata la stima che considera tra il 3 ed il 5% la quota dei cacciatori che partecipa alle è varie attività delle Associazioni Venatorie.

Non si capisce bene quale sia l’utilità e la necessità di avere sette associazioni venatorie, che nel passato più recente hanno dimostrato forti diversità di approccio “ideologico” su di una infinità di problemi che riguardano la pratica venatoria, oggi  pare sopiti, grazie a Dio, in rapporto alla riforma della legge nazionale sulla caccia n.157/92, anche se a dire il vero, un’associazione si è tenuta fuori dall’accordo. Non si comprende inoltre,  la caparbietà con la quale si vuole ancora oggi, negare la necessità di costituire un “fronte unico” rivendicativo sul piano dell’attività faunistico venatoria.
Guardiamoci  attorno e siamo realisti: Il comparto agricolo italiano con oltre 5 milioni di addetti ha tre associazioni rappresentative (Coldiretti, Cia, Confagricoltura) ; Il commercio con altre 3 milioni di addetti ne ha due (Confcommercio e Confsercenti) ; l’industria ne ha due, (Confindustria e Confapi)  gli avvocati una, i medici una, i sindacati con quasi 10 milioni d’iscritti ne a quattro (C.G.I.L, C.I.S.L, U.I.L e UGL) ; le (amate) casalinghe che sono circa 8 milioni, hanno un solo sindacato di rappresentanza. Noi  con appena 700.000 addetti, ne abbiamo sette di associazioni principali, senza tener conto delle rappresentanze aggregative più minute.

Mettiamo poi “il naso” fuori dalla finestra e guardiamo quale è l’assetto organizzativo Europeo della caccia riferito alle oltre trenta nazioni che aderiscono alla FACE. Dovremmo riempire un libro per descrivere , le funzioni svolte e le attività, e non possiamo farlo, per lo spazio limitato che ci è concesso.
Due sole considerazioni, il loro numero per nazione non supera mai le due unità, e rispetto alle multiformi attività di promozione della  caccia, non possiamo non segnalare l’esperienza Spagnola. Li c’è una unica associazione venatoria ed i risultati si vedono : I quotidiani “EL PAIS” ed “EL MUNDO”  (che hanno annualmente una diffusione rispettiva di circa 2 ed 1,2 milioni di copie) riservano non meno di cento articoli alla caccia di quel paese.
Tutti o quasi di segno positivo. In uno di questi si sottolinea l’attività della “Escuola Espanola de Caza” che ha sede nel Castillejo de Robleto (Soria). La scuola fondata nel 1997, attrae annualmente oltre 10.000 visitatori e 5.000 corsisti. E’ diretta dal dott. Josè Luis Garrito Martin ed è organizzata e gestita dalla Federazione dei cacciatori spagnoli.

Il percorso di unificazione ha davanti a se molti problemi, e non saremmo leali e sinceri se non ne tenessimo conto. Passate ed attuali rivalità, contenziosi per i diritti di rappresentanza, differenti posizioni “ideologiche” rispetto al’esercizio venatorio. Come si suol, dire chi più ne ha, più ne metta ! Ma un fatto è certo la “malattia” della caccia non è “immaginaria” ma “reale” e se non si corre presto ai ripari, le associazioni, rischiano in un tempo non illimitato, di  rappresentare a livello associativo un numero limitatissimo di aderenti.
Ecco allora la necessità che la maggiore Associazione Venatoria Italiana, tenendo conto della pari dignità con tutte le altre associazioni, tracci ed offra un percorso sulla strada della unificazione, che non può certamente essere vissuta e considerata, dagli altri partener, come una sorta di annessione. Del resto la base di partenza c’è già.  Essa è costituita dall’accordo sottoscritto il 15 luglio 2009, da gran parte dell’associazionismo venatorio,rispetto ai problemi legati alla riforma della legge nazionale sulla caccia n.157/92.
Una domanda:  quattro delle cinque associazioni firmatarie,  non partecipano alla FACE?  Si certo ! Ed allora questo fatto non può agevolare il percorso unificativo?

Parliamo chiaro attuare l’unificazione si, ma con quale programma? Questo è lo snodo essenziale, ed un nuovo percorso, può essere iniziato, solo in presenza di un  “progetto” credibile e moderno.
Ci permettiamo di suggerire qualche cosa: l’adesione deve essere volontaria. Se tu fai bene rinnovo la mia tessera, altrimenti sono libero. Perché le associazioni venatorie, hanno il diritto, al pari dei sindacati di una sorta di “opzione obbligatoria” per avere gli associati, e tutte le altre forme di associazionismo italiano, sono costrette   a  mantenere i propri iscritti attraverso il giudizio che questi liberamente ed annualmente danno, rispetto ai programmi ed ai servizi offerti?
La federazione unica dovrà conquistare le adesioni e queste si conquisteranno con i programmi. Occorre uscire, però, da una sorta di “riserva indiana” e portare la caccia, fuori dalla caccia. Che significa la “caccia” fuori dalla “caccia” ?  Significa che la prima cosa da fare è quella di recuperare nell’ ”immaginario collettivo” della gente, con operazioni di Marketing, un  giudizio il più possibile positivo nei confronti dell’Ars Venandi.
Si deve poi rispondere in modo definitivo e chiaro ad una semplice domanda: i cacciatori si devono o no interessare dei problemi ambientali del nostro paese? Si rispondiamo noi! E le cose non possono più continuare in questa maniera in quanto l’ambiente è di tutti, e tutti hanno il diritto di usufruirne, e di migliorarlo nell’interesse ella qualità della vita e dello sviluppo economico. E  da dove si inizia? Dalle scuole!
Qualche persona illuminata del settore (illuminata da che cosa non è dato sapere) ha detto recentemente: “Ma c’è l’ordinamento: non si può fare!” Balle! Il 1 settembre, chi scrive l’editoriale ed il Preside del Liceo Classico di Todi, hanno messo giù un progetto di educazione ambientale finalizzato alla successiva firma “della convenzione di volontariato”  nell’ambito di “ZEFIRO” 2009, che ha come partner il Comune di Todi. Il Preside sa bene che il Meeting è organizzato da cacciatori, come lo sanno bene i Dirigenti scolastici delle scuole elementari, medie, ed agraria, che hanno già “negoziato” delle convenzioni  triennali che riguardano beni ambientali durevoli. Due parchi cittadini, un oliveto, un giardino pubblico, un isola ecologica per i rifiuti, gli alberi secolari, e l’impianto di un frutteto biologico. La Direzione Regionale scolastica, non solo ha dato il patrocinio, ma ha messo a disposizione una funzionaria per seguire l’iter dei vari progetti.

La Federazione unica venatoria dovrebbe poi inserire nel suo programma a parer nostro, ma noi vogliamo solo suggerire, e non imparare niente a nessuno, la realizzazione sul territorio del nostro paese del progetto della “Sentinella Ambientale”- “Environmental Sentinelle” da realizzare attraverso il volontariato dei cacciatori, d’intesa con il MPAAF , MINIAMBIENTE, in “concerto” con il Ministero dell’Interno,e con la partecipazione della Conferenza Stato Regioni, l’ANCI e L’UPI.  Una cultura della prevenzione da realizzarsi attraverso un’attività di responsabilità civica.
Lo Stato,  sentiti gli Enti Locali e d’intesa con la Federazione Unica Venatoria,e con le Associazioni agricole
, dovrebbe procedere ad una collocazione giuridica e legislativa dell’iniziativa, attraverso l’utilizzo anche della legislazione vigente in materia di volontariato (Legge 11 agosto 1991) e sulla protezione civile (Legge 24 febbraio-1992 n.225). Va da se che i compiti dei volontari, saranno esercitati completamente a supporto degli organi di vigilanza che sono in capo allo Stato (Corpo Forestale e Forze dell’Ordine) alle Provincie (Polizia Provinciale) ed ai Comuni (Vigili Urbani).
In questa fase si possono solo “abbozzare” dei titoli dei compiti da svolgere da parte della “Sentinella Ambientale”: Prevenzione e segnalazione incendi, interventi di bonifica dei rifiuti in particolari aree territoriali, tutela del paesaggio e delle aree boschive, monitoraggio del territorio ai fini della salvaguardia idraulica e geologica, protezione e salvaguardia della fauna selvatica, rilevazione dell’agibilità della viabilità minore e dei sentieri principali all’interno delle aree boscate, coinvolgimento degli agricoltori nelle azioni di ripristino ambientale.

Perché poi non considerare in conclusione l’assoluta necessità che l’associazionismo venatorio si doti di un “Think Tank” ( ufficio studi, o serbatoio di pensiero), capace di supportare scelte, rivendicazioni e progetti? Come si è andati avanti sino ad ora? Lo Stato è fortemente carente nel settore, con L’ISPRA che ha il fiato corto, con il MPAAF che non ha un ufficio caccia degno di questo nome, e noi a “blaterare” le cose che si chiedono sprovviste di un qualsiasi supporto giuridico e scientifico.
Eppure se qualcuno ci mettesse la voglia e la buon volontà, si accorgerebbe che nel nostro mondo esistono competenze  e  professionalità da non sottovalutare. L’ultima perla:  sette uffici stampa per le sette sorelle (associazioni) non sono troppi? Con una unica associazione ne avremmo uno, ed ad un minor costo. E poi su tutte le spese generali, quanto si risparmierebbe, rispetto ad oggi con l’unificazione?
Bene chiudiamo l’editoriale con un auspicio che l’Associazione unica dei cacciatori Italiani si realizzi al più presto, e non sia “Come l’araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”!
 

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