Il governo britannico ha fiutato un affare colossale da 10 miliardi di sterline l'anno con 240 mila lavoratori da impiegare per riempire i vuoti sottoterra lasciati dall'estrazione del petrolio
I pozzi petroliferi esauriti potrebbero essere una soluzione, provvisoria e non si sa quanto rischiosa, per nascondere l’anidride carbonica.
E la Gran Bretagna potrebbe in futuro divenire il ‘magazzino’ della C02 prodotta dalle centrali elettriche di tutta Europa.
L’idea consentirebbe di sfruttare i giacimenti petroliferi vuoti del mare del Nord e riconvertire così l’industria che oggi ruota intorno all’oro nero.
Un progetto che sarebbe anche un colossale affare economico, ben dieci miliardi di sterline all’anno – tra concessioni e know-how tecnologico.
Ovviamente occorre prima perfezionare la “Carbon Capture and Store tecnology “(CCS), ovvero quel processo che consente di separare e catturare le emissioni di CO2 dannose per l’ambiente. Un procedimento al momento allo studio in molti paesi.
La Gran Bretagna, infatti, sarebbe in grado di immagazzinare sotto gli abissi del mare del Nord 150 miliardi di tonnellate di CO2. equivalenti a 100 anni di emissioni dell’Europa nord occidentale.
Per farlo ci vorrebbe un esercito di lavoratori: 240 mila persone – più o meno quanto l’industria petrolifera oggi attiva impiega nel mare del Nord.
Il governo britannico sembra crederci, ha, infatti, già chiesto ai colossi dell’energia la costruzione di quattro impianti CCS a scopo ‘dimostrativo’.
Ma anche altri paesi tra cui Norvegia e Stati Uniti, stanno studiano la soluzione e qualche idea ce l’hanno anche in Italia soprattutto in quelle zone della pianura padana dove l’estrazione di petrolio e gas ha portato ad un abbassamento del terreno.

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