Il Ministro dell'Agricoltura che ha poco, ovviamente, da pensare ne ha inventata un'altra: etichette dei prodotti alimentari in dialetto
etichette

Se c’è un modo per distruggere il made in Italy nel mondo forse il Ministro dell’Agricoltura lo ha trovato.
All’estero già i nostri prodotti scontano talvolta molto improbabili traduzioni  ovvero scritte in lingua italica che solo pochi sanno leggere.
Tuttavia le etichette con il tricolore hanno il pregio di presentare una penisola che non è, come dicevano i francesi nell’800, solo una espressione geografica e che per il godimento dei grandi d’Europa era diviso in mille statarelli ognuno sotto la tutela o anche l’occupazione di qualche potenza straniera (vedi i Lombardo-Veneto)
Ora che«Il radicchio di Treviso sarà sottotitolato anche ‘radicio de Treviso’, la focaccia ligure diventerà anche ‘fugassa’, il pane biscottato campano ‘fresell’ e gli gnocchi sardi ‘malloreddus’ la situazione non potrà che precipitare.
Nelle etichette, così come si cerca di imporre nel vivere quotidiano, si riprodurrà quella tipica impressione che si ha quando si ascolta gente parlare in lingua straniera: fastidio per non poter capire, sospetto che si parli di chi ascolta o peggio. La via maestra per fomentare xenofobia e l’isolamento. Ma forse in qualche parte della penisola è proprio questo il risultato che ci si prefigge: unpopolo di zombi.
Entro il 2010, secondo il ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Luca Zaia,  le etichette sui prodotti tipici di casa nostra saranno bilingue: nome in italiano e dialetto. Ovviamente per quelli destinati all’estero bisognerà pensare ad etichette formato magnum «Oltre a tutelare il nome in italiano credo si debba dare la possibilità di utilizzare sull’etichetta anche il nome locale perchè racchiude in sè la storia del territorio», ha aggiunto l’esponente della Lega, ricordando che «abbiamo 4.500 prodotti tipici, siamo la nazione con più prodotti a marchio riconosciuto dalla Comunità Europea. Questi numeri sono la rappresentanza del grande lavoro delle nostre comunità locali, dei nostri comuni, delle nostre regioni. Questo significa esaudire la curiosità di molti cittadini che conoscono il concetto di chilometro zero e vogliono comprare la tipicità».
«Esorto tutti i produttori ad indicare il nome del prodotto nella lingua madre. Spero che i piccoli produttori pensino a questa mia iniziativa. Quando diventerà legge, nel pieno rispetto del Parlamento, penseremo di renderlo obbligatorio per tutti», ha proseguitro Zaia.
Il Ministro poi ha detto «non escluderei anche le spiegazioni dei prodotti in tutte e due le lingue», e sottolineando che «questa potrebbe essere un’occasione per rivendicare la storia di ogni prodotto tipico. Pensiamo alla mozzarella di bufala, ai pistacchi di Bronte, ai capperi di Pantelleria piuttosto che al pecorino romano questo vuol dire veramente vendere il territorio, quel ‘terroir’ che noi spesso non abbiamo saputo promuovere».
Con quest’ultima precisazione è chiaro che i prodotti italiani diventeranno un gadget allegato a veri volumi in vendita nelle librerie.

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