La vicenda dell’Innse di Milano, la fabbrica i cui operai erano saliti per giorni su una gru, sotto un sole cocente che portava la temperatura a 50 gradi, per impedirne lo smantellamento, evidenzia un problema: la carenza nelle norme applicative della Costituzione Italiana.
Nei suoi termini essenziali la questione della fabbrica milanese si riduce ad un tentativo di speculazione.
L’opificio, che produceva con un buon mercato e non era in perdita, fu comprato da un imprenditore, il quale poco dopo rivelò che voleva disfarsi della fabbrica per realizzare al suo posto un centro residenziale.
Un bel guadagno rispetto ai costi che aveva sostenuto per l’acquisto, ma la perdita di lavoro per 49 operai ed impiegati, che sarà scongiurata, secondo le speranze, solo il 12 ottobre prossimo, quando la fabbrica sarà rilevata da un altro gruppo industriale.
Una possibile vittoria determinata esclusivamente dalla pressione degli operai e dell’opinione pubblica.
Rispetto a questa vicenda vengono in rilievo alcune norme della Costituzione italiana
Più precisamente l’Art. 41 e l’art. 42 che così recitano:
“L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.”
Ora è evidente che in Italia un imprenditore può fare ciò che vuole e che non esistono leggi per evitare che le sue decisioni possano recare danno alla dignità dei lavoratori delle sue imprese e che l’attività economica sia indirizzata e coordinata ai fini sociali da norme imperative, che tengano anche conto che la proprietà privata è riconosciuta ma deve assicurare una funzione sociale.
La Costituzione italiana da questo punto di vista appare, quindi, incompiuta.
Una riflessione politica su questo punto non è stata mai fatta, tutta la classe politica italiana è parsa come ubriacata dal mito della privatizzazione.
Solo sul versante della proprietà terriera si è tentata qualche iniziativa.
Forse la legge, in gran parte inapplicata, che impedirebbe di costruire sui suoli colpiti da incendi dei boschi, potrebbe costituire un esempio e dare un’idea su come impedire che fabbriche sane, che assicurano il lavoro, possono essere rase al suolo per costruire quartieri residenziali, senza alternative per gli operai che perdono il loro lavoro.
In definitiva la chiusura di una fabbrica è tanto distruttiva quando un incendio: per evitare speculazioni potrebbe bastare stabilire che le aree industriali non hanno, una volta dismesse, altra possibile destinazione per un numero elevato di anni.
D’altro canto gli immobili risultano di solito ampiamente ammortizzati (diminuzione annuale del valore di un immobile rispetto ad un determinato tasso percentuale detraibile dalle tasse)
dai proprietari che sono rientrati dall’investimento iniziale.
Ovviamente ci sarebbero delle deroghe per consentire lo spostamento in zona degli opifici, ma così gli speculatori avrebbero ben altre difficoltà a distruggere la tranquillità di tante famiglie.
Questa volta gli operai hanno vinto, ma quante altre realtà di lavoro sono state chiuse solo per guadagnare anche con questo tipo di operazioni?
- Bic
- 9 Ottobre 2009









