L'idea di un allevamento intensivo, troppo esteso per un territorio piccolo e popolato come la regione, non consente agli allevatori di capire che il rapporto costi - benefici della loro attività è, per gli altri, troppo squilibrato verso i costi ambientali e della vivibilità quotidiana
maiali

«Rischia di decretare la fine della suinicoltura umbra», secondo Confagricoltura e Cia dell’Umbria, il piano di tutela delle acque approvato  dalla commissione del consiglio regionale. «Si è deciso a tavolino che la suinicoltura in Umbria debba chiudere»: è quanto afferma Coldiretti Umbria.
Grida di allarme delle organizzazioni agricole perché  la Regione avrebbe approvato «norme e protocolli attuativi talmente vincolanti da essere inapplicabili».
 Il piano – sottolineano, in un comunicato congiunto, Confagricoltura e Cia – si prefigge di migliorare l’efficienza depurativa degli impianti di Bettona e Marsciano entro il 2010, «senza tener conto delle situazioni problematiche in cui versano le strutture di trattamento e gli stessi allevamenti e senza prevedere esplicitamente soluzioni provvisorie attuabili.
Esiste la concreta possibilità che gli allevatori non potendo trovare nel frattempo alternative tecniche praticabili ed economicamente sostenibili, visto anche il particolare momento congiunturale decidano di cessare l’attività».
Per le due associazioni, «l’unica possibilità per continuare ad allevare, per chi non conferisce agli impianti consortili ad oggi non operanti, è realizzare un impianto di compostaggio o riconvertire la tipologia di stabulazione a lettiera permanente».
Poi le due associazioni scoprono chiaramente che l’obiettivo della loro protesta è la “pretesa” della Regione di ricondurre l’allevamento suino in Umbria a dimensioni più umane, lamentando che«  l’imposizione di obblighi tecnici e normativi (che) vanno palesemente a ledere la libertà dell’imprenditore di assemblare i fattori produttivi secondo il principio di economicità e convenienza gestionale, in un contesto sostenibile da un punto di vista ambientale»..
Coldiretti Umbria considera «flebile» la «speranza che le ipotesi di modifica del piano in consiglio regionale possano riparare ad una situazione che è precipitata nelle ultime settimane, dopo un proficuo periodo di concertazione.
La convinzione è quella che si sia voluta, come più volte sottolineato, ridisegnare dirigisticamente una mappa normativa che non tiene conto delle realtà e delle opportunità che in termini di economia e di ambiente la suinicoltura rappresenta. Continuerà quindi l’impegno – conclude Coldiretti – per ribadire come l’agricoltura e in particolare la zootecnia, restino un’attività fondamentale, oltre che per l’intera economia regionale, anche in termini di valorizzazione e presidio del territorio».
Ha subito replicato Legambiente che dichiara:

"Servono norme e protocolli attuativi che obbligano tutti, compreso il comparto zootecnico e gli allevamenti suinicoli, alla tutela delle risorse idriche da ogni forma di inquinamento" – è il commento di Lauro Ciurnelli che si è occupato a lungo per Legambiente Umbria delle vicende della suinicultura, a quanto dichiarato dalle associazioni degli agricoltori, Confagricoltura, Cia e Coldiretti in merito al Piano Regionale di Tutela delle Acque approvato dalla Commissione regionale -.
"Non si può far finta di non sapere che proprio la zootecnia è una delle cause principali di inquinamento da nitrati delle acque e dimenticare l’indagine dei Noe dello scorso luglio con sessanta aziende coinvolte che secondo gli inquirenti scaricavano reflui inquinanti degli allevamenti dei suini, con dieci arresti e 96 denunce per associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, avvelenamento delle acque e disastro ambientale".
Il caso di Bettona è emblematico di come la suinicultura delle soccide non sia sostenibile: 100 mila capi suini su 44 km quadrati; una produzione di 1200 metri cubi di reflui al giorno; aree su cui viene effettuata la fertirrigazione di appena 100 ettari quando invece le superfici necessarie ne dovrebbero prevedere almeno 1200; le lagune di stoccaggio a pochi metri dai fiumi dove quotidianamente sono stati riversati quantità insostenibili di liquami e materiali inquinanti.
E poi la modalità con cui è stato gestito il depuratore, destinato al trattamento dei reflui suinicoli, che secondo le accuse smaltiva i residui finali, liquidi e solidi, illecitamente spargendoli su terreni agricoli".
"La suinicultura umbra non si salva derogando dalle norme di salvaguardia ambientale ma riqualificando tutto il settore – ribadisce Alessandra Paciotto presidente di Legambiente Umbria .
L’unica suinicultura capace di futuro è quella che saprà puntare innanzi tutto sulla drastica riduzione del numero dei capi, sulla graduale sostituzione dell’allevamento in stalla con quello a terra maggiormente rispettoso del benessere animale e della salute di noi consumatori; che saprà puntare sulla sostenibilità ambientale e la corretta gestione dei reflui zootecnici abbinati ad un corretto recupero energetico come prevedono le leggi europee".
"La parola chiave è filiera corta – dichiara la presidente di Legambiente Umbria .
Ma una filiera corta reale e non fasulla come quella di oggi: il che significa che una gustosa fetta di prosciutto IGP di Norcia deve essere prodotta a partire da un animale di razza locale, nato e allevato in Umbria, possibilmente secondo le regole degli allevamenti biologici e nel rispetto del benessere animale (finché sono vivi), che venga macellato, lavorato e stagionato localmente.
Solo così la zootecnia potrà continuare ad essere un attività importante per l’economia regionale"
"Quanto ai principi di economicità e convenienza gestionale – conclude la Paciotto – non v’è chi non veda come queste debbano essere sempre più subordinate alla tutela e alla salvaguardia di quei beni comuni, come l’acqua e le altre risorse naturali che stanno diventando sempre più limitate".
 

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