Erano passate poche ore da quando il tamtam aveva pubblicato la proposta di riportare concretamente al centro dell’attenzione la questione lavoro, così posta teoricamente alla base della Costituzione italiana, con l’art.1, che è fioccata la prima reazione.
Ancor meno ore erano passate da quando il sole era riapparso sulle colline di Monte Castello di Vibio, che uno dei più illustri attuali ospiti della cittadina umbra, ha voluto far sentire la sua voce.
Sicuramente alla base del pronunciamento di Renato Brunetta, Ministro per l’innovazione non c’è stata la stizza per aver, imprudentemente, il nostro giornale parlato di una moda di cambiare solo per cambiare e non per migliorare, di un desiderio di mettere l’etichetta su vestiti che nuovi non sono perché solo rivoltati da sarti spesso improvvisati.
Il Ministro, infatti, ha affidato alle pagine di “libero” le sue esternazioni e quindi, quando le ha dettate, dell’articolo pubblicato su TamTam ancora non c’era traccia, anche se poi ha visto la luce, come è ovvio per il mezzo utilizzato – internet – prima che i giornali cartacei giungessero nelle edicole.
Ma forse è solo il tentativo di togliere dalle mani del Ministro Tremonti, a cui Brunetta contende il primato culturale in campo economico, un argomento su cui esercitarsi.
Sta di fatto che Brunetta ha esordito dicendo e la cosa sicuramente agevola, anche se con conseguenze imprevedibili, lo scostare l’attenzione da altri argomenti che appassionano solo gli addetti ai lavori, che le riforme non dovranno riguardare solo la seconda parte della Costituzione, «ma anche la prima, a partire dall’articolo 1: stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla».
La concordanza con quanto detto dal TamTam, tuttavia, finisce qui e Brunetta non si esercita affatto a cercare di dare un contenuto concreto a quella affermazione che per lui non significa nulla, sembra, ripetitiamo sembra con l’augurio di aver mal compreso, invece voler del tutto cancellare quel concetto e sostituirlo, nel ricordo di quella terra da cui proviene- Venezia – nel tentativo di rinverdire gli onori di un passato di mercanti ed esploratori che, appunto è passato da tanto, tanto tempo.
Per il ministro, la parte della Costituzione che esprime i valori fondanti della Repubblica «ignora temi e concetti fondamentali, come quelli del mercato, della concorrenza e del merito».
La Costituzione, aggiunge il ministro, «è figlia del clima del dopoguerra. Adesso siamo in un’altra Italia.
Fermi restando i principi fondamentali, nei quali tutti ci riconosciamo, bisogna avere allora il coraggio di parlare anche della prima parte della Costituzione. E ritengo debbano essere rivisti pure gli articoli della Carta sui sindacati, i partiti, l’Europa».
C’è da sperare che tra i principi fondamentali ci sia, per il Ministro, ancora il lavoro.
Ancor meno ore erano passate da quando il sole era riapparso sulle colline di Monte Castello di Vibio, che uno dei più illustri attuali ospiti della cittadina umbra, ha voluto far sentire la sua voce.
Sicuramente alla base del pronunciamento di Renato Brunetta, Ministro per l’innovazione non c’è stata la stizza per aver, imprudentemente, il nostro giornale parlato di una moda di cambiare solo per cambiare e non per migliorare, di un desiderio di mettere l’etichetta su vestiti che nuovi non sono perché solo rivoltati da sarti spesso improvvisati.
Il Ministro, infatti, ha affidato alle pagine di “libero” le sue esternazioni e quindi, quando le ha dettate, dell’articolo pubblicato su TamTam ancora non c’era traccia, anche se poi ha visto la luce, come è ovvio per il mezzo utilizzato – internet – prima che i giornali cartacei giungessero nelle edicole.
Ma forse è solo il tentativo di togliere dalle mani del Ministro Tremonti, a cui Brunetta contende il primato culturale in campo economico, un argomento su cui esercitarsi.
Sta di fatto che Brunetta ha esordito dicendo e la cosa sicuramente agevola, anche se con conseguenze imprevedibili, lo scostare l’attenzione da altri argomenti che appassionano solo gli addetti ai lavori, che le riforme non dovranno riguardare solo la seconda parte della Costituzione, «ma anche la prima, a partire dall’articolo 1: stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla».
La concordanza con quanto detto dal TamTam, tuttavia, finisce qui e Brunetta non si esercita affatto a cercare di dare un contenuto concreto a quella affermazione che per lui non significa nulla, sembra, ripetitiamo sembra con l’augurio di aver mal compreso, invece voler del tutto cancellare quel concetto e sostituirlo, nel ricordo di quella terra da cui proviene- Venezia – nel tentativo di rinverdire gli onori di un passato di mercanti ed esploratori che, appunto è passato da tanto, tanto tempo.
Per il ministro, la parte della Costituzione che esprime i valori fondanti della Repubblica «ignora temi e concetti fondamentali, come quelli del mercato, della concorrenza e del merito».
La Costituzione, aggiunge il ministro, «è figlia del clima del dopoguerra. Adesso siamo in un’altra Italia.
Fermi restando i principi fondamentali, nei quali tutti ci riconosciamo, bisogna avere allora il coraggio di parlare anche della prima parte della Costituzione. E ritengo debbano essere rivisti pure gli articoli della Carta sui sindacati, i partiti, l’Europa».
C’è da sperare che tra i principi fondamentali ci sia, per il Ministro, ancora il lavoro.








