Come conseguenza i servizi sanitari italiani importano stranieri che non devono sottostare a test che nulla servono ad accertare l'idoneità alla professione
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L’Ipasvi ha stimato che in Italia mancano almeno 71 mila infermieri, soprattutto al Sud, e il direttore centrale Immigrazione e asilo del ministero dell’Interno  ritiene che  “Occorre facilitare l’ingresso in Italia di immigrati con professionalità più elevate”.
Lo strano di questo fenomeno è che contemporaneamente i corsi italiani per la formazione di infermieri sono a numero chiuso, con prove di selezione e di esclusione, di un numero altissimi di aspiranti, sulla base di cervellotici test che nulla hanno a che fare con l’accertamento dell’attitudine a svolgere questa professione sanitaria.
Oggi sono 35 mila gli stranieri che lavorano come “parasanitari” nel nostro Paese, di cui 33 mila infermieri professionali.
I più numerosi sono i rumeni con 8.500 iscritti (il 25%), seguiti dai polacchi (3.557, pari al 10%). Seguono poi con mille-duemila operatori circa ‘prestati’ al nostro Paese Svizzera, Germania, Francia e Belgio. Un apporto notevole, che ha inciso per il 28% sulle nuove iscrizioni registrate nel 2008
Ci sono anche quasi 15 mila medici stranieri che lavorano in Italia, nonostante il nostro paese sia quello con la più alta dotazione al mondo.
E si tratta di persone che provengono in maggior parte da Stati che nel passato hanno accolto un gran numero di lavoratori italiani: Germania (quasi 1.300 camici bianchi), Svizzera (869), Grecia (851), Iran (752), Francia (686), Venezuela (626), Stati Uniti (618), Argentina (584), Romania (555) e Albania (431).
“Il 30% di coloro che hanno fatto l’università in Italia – ha specificato Foad Aodi, presidente dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) – è poi rimasto in Italia a lavorare, ottenendo con il tempo la cittadinanza e la possibilità di accedere a concorsi pubblici.
La maggior parte dei ‘camici bianchi’ stranieri che operano nel Paese, infatti, è oggi impiegata nel settore privato perché senza la cittadinanza l’accesso al pubblico è impossibile”.
Diversi medici stranieri – rileva il rapporto – operano attualmente negli ospedali pubblici come liberi professionisti retribuiti, attraverso un sistema prolungato di collaborazioni occasionali, una prassi comune anche nel settore privato, nonostante l’assenza di ostacoli all’assunzione di un professionista non comunitario. Nel settore pubblico questi medici sono presenti soprattutto nei pronto soccorso, ma la maggioranza trova inserimento nelle cliniche o negli ambulatori privati.
 

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