La diminuzione dell'occupazione, in Italia, ha coinvolto, direttamente ed indirettamente, in un anno, una popolazione almeno pari a quella dell'intera Umbria ed in un mese una popolazione equivalente a quella di Perugia; la crisi viene da lontano ed aumenta la diseguaglianza
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E’ come se, passato un anno, in Umbria, non ci fosse più nessuno che abbia un reddito derivante da una occupazione lavorativa.
E’ come se in un solo mese tutti gli abitanti di Perugia non avessero più alcun reddito das lavoro.
Ben 389mila sono infatti le persone occupate, in Italia, a novembre in meno  rispetto allo stesso mese del 2008 e  44.000 rispetto ad ottobre 2009.
Lo rileva l’Istat.
Il tasso di disoccupazione, a novembre, è salito all’8,3% dall’8,2% di ottobre, il dato più alto dalla primavera del 2004.  
Il tasso di occupazione è sceso al 57,1% a novembre.
Gli altri non stanno meglio, infatti, in novembre la disoccupazione nei sedici Paesi che compongono l’area dell’euro è arrivata al 10%, segnando così il tasso più elevato dall’agosto 1998. In ottobre il tasso era stato del 9,9%, mentre nel novembre 2008 la disoccupazione di Eurolandia era all’8%.
Nell’Ue a 27 il tasso di disoccupati è stato del 9,5%, contro il 9,4% di ottobre. Era invece al 7,5% in novembre 2008. In questo caso si tratta del tasso più elevato dal gennaio 2000. Secondo le stime di Eurostat, in novembre i disoccupati nell’Ue erano complessivamente 22,899 milioni di cui 15,712 milioni nella zona dell’euro.
Ma,  anche se il premier si vanta dicendo che «Siamo la sesta economia del mondo», siamo solo ventottesimi per Pil pro capite, considerando il potere di acquisto nei singoli Paesi (dati Fondo monetario internazionale, ottobre 2009).
Il Pil, che rappresenta il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese in un certo tempo, permette di misurare l’andamento di un’economia anche a prescindere dai risultati raggiunti nel passato remoto; la ricchezza, invece, ha come suo pilastro i beni posseduti dalle famiglie e non valuta quello che è successo nel passato più recente.
Valuta la proprietà della casa (e il suo valore salito alle stelle) più della miseria dei salari. La ricchezza pro capite non è in grado di riflettere, dunque, problemi come la precarietà, i danni della crisi, la scarsa mobilità sociale, l’aumento della forbice nella distribuzione del reddito. Inoltre, la ricchezza si erode se un Paese non produce.
La crisi italiana è strutturale. Ed è iniziata molto prima del crollo del fallimento di Lehman Brothers: nell’anno 1995, il reddito italiano pro capite era superiore di circa il 3,5 per cento a quello medio relativo ai quindici Paesi della Ue; nel 2008 è invece sceso sotto la media del 10 per cento.
L’italiano medio si è, dunque, impoverito quasi di 1 punto percentuale all’anno in rapporto agli altri membri dell’Unione europea e le retribuzioni medie italiane si collocano solamente al 23esimo posto della classifica dei 30 Paesi dell’area Ocse. Le buste paga sono più pesanti in Gran Bretagna, Usa, Germania, Francia. Ma anche in Grecia e Spagna, come evidenzia chiaramente l’ultimo rapporto Ocse sui salari.

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