Il grande fisico italiano, in attesa della quasi mitica fusione nucleare, ribadisce i gravi difetti di una tecnologia basata sull'utilizzazione dell'uranio, in dichiarazioni a margine della cerimonia di posa della prima pietra dello stabilimento destinato a produrre i tubi riceventi i raggi solari concentrati e che trasporteranno il calore ad alte temperature, vicine ai 600 gradi, per produrre il vapore che fa girare le turbine delle centrali elettriche
22/1/2010 Massa Martana- posa prima pietra stabilimento Angelantoni- Siemens

In occasione della posa della prima pietra dello stabilimento della società del gruppo Angelantoni e di Siemens a San Faustino di Massa Martana, di cui abbiamo parlato in altro articolo, il premio nobel per la fisica Carlo Rubbia ha brevemente affrontato anche la questione nucleare.
Il suo è stato un discorso che parte da una premessa: ogni anno attualmente il mondo consuma tante risorse fossili (dal carbone al petrolio) quante la natura ne ha accumulate in un milione di anni.
Ed il trend ha visto
, nel trascorrere di una vita di un individuo medio nato nel secondo dopoguerra del 1900, moltiplicarsi tale consumo per dieci.
Quindi così non si può continuare, con una popolazione mondiale che nello stesso arco di tempo è aumentata di tre volte.
Le energie rinnovabili, come pure il nucleare, sono opzioni a cui non si può ragionevolmente rinunciare
.
Ma c’è nucleare e nucleare, così come c’è un utilizzo del sole che ha prospettive di sviluppo ed un altro che può essere solo di supporto, se non si trova il modo di accumulare l’energia prodotta per quando l’astro non splende nel cielo.
E quando si parla di costi del nucleare occorre tenere presenti due cose.
In primo luogo la tecnologia si è potuta realizzare, fin qui, solo in virtù del sostegno militare. In altri termini il nucleare civile è solo un sottoprodotto di una ricerca essenzialmente mirata alla produzione di ordigni bellici ed il suo ulteriore sviluppo sarebbe quindi condizionato da una ripresa degli interessi militari in questo campo, tantè che in Usa dal 1978 non si costruiscono più centrali.
In secondo luogo nel computo dei costi, per effettuare paragoni con altre fonti energetiche, occorrerebbe tener conto non solo di quelli diretti, ma anche di quelli indiretti così come, quando si considerano le fonti fossili, si dovrebbe tener conto dell’impatto di esse sulla salute e dei conseguenti costi enormi derivanti dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua, nonché di quelli presenti e futuri connessi ai cambiamenti climatici, influenzati dalla enormi quantità di Co2 emesse nell’atmosfera.
Ma c’è un nucleare che invece Rubbia sembra prediligere a medio termine e che differisce da quello attualmente sul mercato per il tipo di combustibile da impiegare: torio al posto dell’uranio.
Questo elemento avrebbe vantaggi tali da consentire di parlare quasi di nucleare “sicuro”.
La combustione nucleare del torio infatti produrrebbe un quantitativo di scorie di gran lunga inferiore dell’uranio.
Per produrre, infatti, un GW di elettricità, per la quale occorrono 3 milioni di tonnellate di carbone, occorrono duecento tonnellate di uranio, ma solo una di torio.
Il torio poi non avrebbe una vita così lunga come l’uranio e questo sarebbe di grande importanza per lo stoccaggio delle pur ridotte scorie.
Non sarebbe esplodente (critico, dice Rubbia) e quindi nessun rischio tipo Chernobyl.
Infine il torio non è utilizzabile per costruire bombe; cosa di non poco conto se si tiene presenti le gravi tensioni internazionali con l’Iran che sta sviluppando una tecnologia nucleare basata sull’uranio e che fa temere uno scopo militare recondito.
Mentre perciò l’utilizzazione dell’uranio è di ostacolo ad una diffusione anche dell’uso civile del nucleare nel mondo, tantè che c’è un apposito trattato internazionale per vietarne la proliferazione, l’utilizzazione del torio consentirebbe di trasferire le tecnologie senza pericoli anche a quei paesi che rappresentano quel miliardo ed ottocentomila persone  le quali al momento non hanno l’elettricità e che premono, non solo metaforicamente, sui popoli più sviluppati.

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