L'orvietano Don Marco Munzi, parroco di Sferracavallo; a gennaio era già stato nominato un economo unico, proveniente sempre della città del Duomo:
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Novità ai vertici della Diocesi di Orvieto-Todi: il Vescovo Giovanni Scanavino sembra abbia infatti nominato un nuovo Vicario nella persona di Marco Nunzi, parroco di Sferracavallo: un giornale orvietano ha ipotizzato ieri che avrebbe dovuto prendere il posto del tuderte Monsignor Carlo Franzoni (anche se sul sito internet della Diocesi ieri non veniva ancora dato conto dell’avvicendamento). Della nomina sembra però non risulti essere informato neppure lo stesso don Franzoni; l’ipotesi, dunque, è che don Munzi potrebbe essere stato nominato dal Vescovo suo vicario episcopale e non generale.
Nunzi, 45 anni, è considerato una figura di spicco della diocesi. Ha frequentato il biennio di Filosofia al seminario di Assisi; nel 1984 è stato inviato dal vescovo Grandoni a Roma a frequentare il triennio di Teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Nel 1987 è stato ordinato diacono. Ha conseguito la licenza in diritto canonico alla pontificia Università San Tommaso D’Aquino. Già vicario della parrocchia di Santa Cecilia in Acquasparta e parroco di Monterubiaglio, nel 1993 è stato nominato vice cancelliere della Curia diocesana per il settore orvietano. Nel 1995 è diventato canonico del Capitolo della Cattedrale di Orvieto. Dal 1999 svolge anche l’incarico di giudice al tribunale ecclesiastico di Perugia. Nel 2004 è stato nominato da Giovanni Paolo secondo Cappellano di Sua Santità.

La notizia dell’avvicendamento, se confermata, è di quelle destinate ad alimentare dissapori tra le due "anime" della Diocesi, orvietana da una parte e tuderte dall’altra, unite con una "fusione a freddo" per volontà Vaticana ormai quasi un quarto di secolo fa.
Già lo scorso gennaio, infatti, era stato nominato un economo unico per tutta la Diocesi, scegliendo anche in questo caso per l’importante incarico di responsabilità un esponente orvietano – monsignor Claudio Gargaglia, parroco di Castel Giorgio – ponendo fine alla suddivisione della competenza tra Orvieto e Todi, settore quest’ultimo del quale si era occupato per tanti anni Monsignor Nello Bertoldi.
Già allora si tornò a lamentare lo spostamento del baricentro, nel caso specifico quello amministrativo dei beni ecclesiastici, verso la città del Duomo, rinfocolando i timori nutriti nella comunità tuderte fin dai tempi dell’accorpamento delle due, fino ad allora distinte, Diocesi.

In proposito, sull’ultimo numero di "Città Viva", Manfredo Retti ha parlato delle "conseguenze di un evento che si produsse oltre 23 anni fa e che qualcuno (al di là del principio di obbedienza a cui il mondo cattolico deve e quindi, dovette, inchinarsi), tentò di minimizzare. Anzi, prima ancora, di giustificare in nome di una generale necessità, dimenticando che a Todi, caso unico in Italia, veniva aggregata la Diocesi più grande (il doppio in estensione ed in numero di preti e parrocchie) e più antica (secondo secolo contro sesto) alla più piccola e giovane, ancorchè insignita di un Duomo prestigioso; poi, appunto, di minimizzare, dicendo che in fondo, da sola o aggregata e dovunque fosse la sede, le cose rimanevano com’erano e, al massimo, bisognava abituarsi a chiamare la Cattedrale tuderte ‘Concattedrale’, un piccolo sacrificio. Oggi – è ancora il commento pienamente condivisibile del professor Retti – si assiste agli effetti di un decreto che, nella sua realistica applicazione, non poteva che essere di assorbimento, anche non immediato (è passato infatti un ventennio, è morto un Vescovo), ma, nel tempo, inevitabile".
Cos’altro aggiungere, per chiudere, se non riportare le parole rilasciate da Monsignor Nello Bertoldi, intervistato nello stesso articolo: "Ormai la Diocesi è una sola e non c’è più divisione di beni. Tutto dipende dalla prudenza e dalla volontà del Vescovo". Appunto.

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