Il progetto da 400 miliardi di euro, per la realizzazione di centrali solari a concentrazione, ha il suo elemento distintivo nei tubi riceventi, di cui l'industria massetana è esclusivista mondiale
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Gran parte delle speranze di creare a Massa Martana la “green valley” italiana sono legate alla produzione su larga scala di tubi riceventi per le centrali a concentrazione solare.
Produzione massiccia che dovrebbe accompagnare lo sviluppo del progetto Desertec in cui è impegnato il fior fiore dell’industria europea, con in prima fila Siemens che delle industrie massetana è partner.
Dopo i colossi tedeschi, come Munich Re, Siemens e Deutsche Bank, tra i fondatori del progetto, hanno raggiunto la joint venture, Desertec industrial initiative, anche l’italiana Enel Greenpower, la francese Saint Gobain, la spagnola Red Electrica, la marocchina Nareva e l’americana First Solar. 

Lanciato nel 2009, il piano, con costi stimati in 400 miliardi di euro, prevede la costruzione di decine di grandi centrali ad energia solare termodinamica nel deserto, in particolare nel Sahara.
L’energia elettrica prodotta, in parte destinata anche ai Paesi che ospitano gli impianti, sarà poì trasferita in Europa tramite cavi sottomarini in corrente continua.
Secondo i primi studi, per raggiungere l’obiettivo del 15% del fabbisogno europeo, cioè circa 585 mila MW di potenza
, sarà necessario coprire di pannelli solari un’area di deserto pari ad un quadrato con un lato di 67 km. Una superficie immensa che necessita dell’accordo dei governi della sponda sud del Mediterraneo.
Ma il progetto energetico subirà, secondo notizie di stampa, uno stop in Algeria, (2 milioni di km2 di deserto).
Già in giugno infatti, il neoministro dell’Energia, Youssef Sifi, aveva criticato l’ambizioso progetto europeo annunciando che il governo algerino «pensa ad un progetto alternativo e più importante di Desertec» per lo sviluppo delle energie rinnovabili.  Secondo la stampa saudita, le autorità sarebbero maggiormente interessate allo sviluppo del nucleare civile, per il quale diversi accordi sono già stati siglati con Francia, Stati Uniti, Cina e Argentina.
Oltre alla «durata del progetto, considerata troppo lunga», a frenare gli entusiasmi su Desertec, aveva spiegato Sifi, anche la preoccupazione per la «sovranità del territorio, visto che le installazioni saranno di proprietà di Paesi stranieri».
Una sovranità della quale l’Algeria è gelosa come ha dimostrato in varie occasione, ma il cui rispetto, come dimostrarono le vicende di cinquantanni fa dell’Eni-Agip, potrebbe essere la chiave per superare le difficoltà.
Dopo il no dell’Algeria, a meno di nuovi dietrofront, restano favorevoli al progetto Tunisia e Marocco. 

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