Anche in Umbria si comincia a pensare a curare la “sindrome cinese”.
E’ una cura sintomatica quella a cui si pensa, perchè arrivare alle cause è compito immane per l’intero mondo, una parte del quale, composta da pochi potenti, ha interessi diametralmente opposti.
La situazione attuale favorita dalla globalizzazione: bassi salari, lunghi orari di lavoro, nessun diritto e tutela, fa gola a quei pochi che però tengono nelle loro mani i destini del mondo. Quindi, per loro meglio se tutti avessero quella sindrome e per questo spingono perchè tutto ciò che il mondo del lavoro e la società occidentale si è conquistato nei secoli venga buttato alle ortiche per far concorrenza ai cinesi, o meglio a quei “mandarini” anche occidentali che traggono guadagni più che lauti dallo sfruttamento del lavoro e si guardano bene dal contrastare il "dumping" sociale che sta distorcendo i rapporti economici nel mondo.
Ad alleviare i disagi ci prova una proposta di legge contro le delocalizzazioni, presentata dai consiglieri regionali di Rifondazione comunista (Federazione della sinistra) Damiano Stufara e Orfeo Goracci.: «La Regione Umbria riconosce il diritto al lavoro di ogni donna e di ogni uomo e contribuisce alla promozione dell’occupazione ed alla sua qualità, alla salvaguardia dei livelli occupazionali sul territorio umbro ed alla tutela dai rischi di delocalizzazione industriale e di dismissione di attività produttive».
Viene proposto tra l’altro l’introduzione di contratti di insediamento volti a vincolare la concessione di finanziamenti pubblici all’impegno delle imprese in favore dell’occupazione stabile e di qualità e a evitare la speculazione sulle aree industriali.
Il capogruppo Stufara – è detto in un comunicato del Consiglio – ha spiegato che la proposta (che prevede uno stanziamento di 2 milioni di euro per il 2010) vuole prefigurare «una inversione di tendenza nelle politiche economiche, ripristinando il primato della politica sull’economia e riaffermando il primato del lavoro, su cui la nostra Costituzione si fonda».
«La delocalizzazione – ha aggiunto – si basa su una competizione al ribasso tra lavoratori di diversi paesi, a discapito dei lavoratori degli stati dove le retribuzioni e le tutele sono minori: consiste fondamentalmente nell’apertura di nuove unità produttive dello stesso imprenditore in altri Paesi per mezzo della cessione di ramo d’azienda, oppure attraverso l’internazionalizzazione delle imprese tramite joint ventures e accordi commerciali con altre imprese estere».
« La nuova normativa «trae origine dalla necessità di sostenere il mondo del lavoro dentro una fase recessiva che anche in Umbria sta determinando processi di delocalizzazione produttiva, come dimostra la vicenda della Merloni e quella della Lyondell-Basell (che ha deciso di chiudere lo stabilimento di Terni nonostante abbia chiuso il 2009 con un attivo di 9 milioni di euro).
Anche in altre Regioni sono stati presentati ed in alcuni casi approvati analoghi interventi legislativi, segno che è possibile contrastare le delocalizzazioni anche tramite appositi interventi legislativi su scala regionale.
Tali iniziative non solo tendono a colmare un vuoto dannoso nella legislazione nazionale, ma costituiscono anche un passaggio fondamentale perchè si possa ripristinare quel primato della politica sull’economia che solo può garantire efficacemente l’interesse collettivo». Stufara ha evidenziato la necessità di «stabilire vincoli e impegni precisi per le imprese che ricevono soldi pubblici, prevedendo un sistema sanzionatorio che imponga la restituzione dei finanziamenti ricevuti dalle aziende che delocalizzano». «
Per questo – ha aggiunto – viene prevista l’introduzione di uno strumento innovativo come i ‘contratti di insediamento’, affinchè si produca occupazione stabile, si blocchino le speculazioni edilizie sulle aree industriali e si accompagni la crescita economica con il potenziamento dei diritti e dei livelli occupazionali.
Consistono nella definizione di accordi ‘pubblico-privato’ finalizzati a riconoscere incentivi economici a quelle realtà che, fermo restando il mantenimento dei livelli occupazionali, si impegnino a stabilizzare i rapporti di lavoro in un arco di tempo predeterminato ed a non delocalizzare per almeno 25 anni, dal momento dell’erogazione dei contributi, sanzionando la violazione del patto con la restituzione dei finanziamenti ricevuti.








