L’indagine che coinvolge l’Unità sanitaria di Foligno-Spoleto-Valnerina, al di là del clamore suscitato, prosegue nel massimo riserbo degli inquirenti e sarebbe azzardato trarre delle conclusioni dal fatto che al Direttore Generale dell’azienda sarebbero stato contestato il reato di peculato.
Sono, infatti, attualmente al vaglio degli inquirenti i molti documenti acquisiti negli ultimi giorni dai carabinieri.
L’indagine riguarderebbe assunzioni tramite concorsi pubblici, incarichi e gare di appalto all’Usl di Foligno che, in passato, fu nota per un “corvo” che inviava lettere anonime quasi sempre rimaste senza conseguenze.
Questa volta si parlerebbe anche di corruzione e la cosa potrebbe avere sviluppi.
Comunque le forze politiche hanno preso la palla al balzo, non risparmiandosi peraltro le “solite cantonate” quando lo spirito polemico prevale sul desiderio di fare chiarezza.
Si seguita, infatti, a chiamare la Usl 3, come è iscritta all’anagrafe, Asl 3 non capendo la enorme diversità tra una struttura “unità, che dovrebbe avere come fine primario il dover assicurare la salute in un territorio unito ed una struttura “azienda” che notoriamente ha come fine il profitto, per il raggiungimento del quale nei fatti ogni mezzo è lecito.
Ma tant’è, l’infatuazione per il termine azienda è cosa ormai vecchia da parte di D.G. inebriati da poteri assoluti e il capogruppo regionale dell’Udc, Sandra Monacelli scrive «Siamo profondamente garantisti, ma l’inchiesta giudiziaria nella Asl 3 dell’Umbria è talmente grave e preoccupante che non può essere affrontata con il silenzio dei palazzi perugini della politica e tanto meno con quello di chi ricopre responsabilità istituzionali».
La Monacelli, pur «auspicando che le persone coinvolte riescano a dimostrare la totale innocenza ed estraneità ai fatti» chiede «una chiara presa di posizione da parte dell’assessore regionale alla sanità».
« Non ci piacerebbe affatto scoprire – conclude Monacelli – che il propagandato modello umbro della sanità abbia in realtà risvolti tutt’altro che limpidi ed efficienti».
Anche il consigliere regionale Maria Rosi (Pdl) ama parlare della sedicente Asl3 dichiarando che “ l’inchiesta giudiziaria di cui è fatta oggetto, è la dimostrazione ancora una volta che gli amministratori pubblici pensano ai loro interessi e non a quelli dei cittadini”.
Ma poi la consigliera da dimostrazione anche di poco conoscere la organizzazione della Usl o Asl che si voglia: confonde infatti la figura del Direttore Generale con quella, subordinata, di Direttore sanitario
L’esponente del Pdl, infatti, si augura inoltre che “al più presto la Rosignoli venga sospesa dall’incarico, perché sarebbe vergognoso che un direttore sanitario sospettato di un atto gravissimo operi ancora indisturbato”.
Più equilibrato l’intervento del portavoce del Pdl, Fiammetta Modena per la quale «Sono consapevole del fatto che i dirigenti sanitari coinvolti scelgano il silenzio, con l’indagine in corso.
Così come sono altrettanto consapevole del fatto che, pur essendoci la necessità di informare in aula il consiglio regionale su quanto sta avvenendo, con l’inchiesta in itinere non si potrebbe pretendere l’esposizione di un quadro esaustivo degli eventi finiti nel mirino della magistratura.
Quello che invece va assolutamente appurato, e su cui la giunta regionale non può tacere, è sapere se la Regione abbia avviato le necessarie ed opportune verifiche interne, come sempre accade in vicende analoghe, e se stia valutando la necessità di tutelare l’ente negli eventuali sviluppi del procedimento giudiziario».
«È su questo – ribadisce la Modena – che la presidente e l’assessore non possono continuare a stare in silenzio: anche perchè stiamo parlando, a quanto riferisce la stampa, di materie importanti e delicate, quali sono gli appalti pubblici e la distribuzione di incarichi al personale».








