Dopo l’aumento del prezzo dell’oro, quello delle materie prime segnala un inizio di “surriscaldamento” dell’economia mondiale e neppure il grano, complici gli incendi in Russia, non sfugge alla tendenza ed il timore è che ne risentano poi i prezzi di pane e pasta.
Ma Rosario Trefiletti, presidente Federconsumatori, mette le mani avanti. «Se gli operatori economici, industriali o commerciali che siano, si azzardassero ad aumentare il prezzo della pasta o del pane o di qualsiasi prodotto derivante dalla trasformazione del grano, compierebbero una manovra sicuramente speculativa.
Infatti pur con gli aumenti di questi giorni dovuti allo stop sui mercati internazionali del grano russo o per riduzioni produttive negli Usa, oggi lo stesso viene quotato attorno a 22-23 centesimi al kg (per quello duro, mentre per il tenero attorno a 25-30 in media ). Meno della metà di quanto era arrivato sui mercati quando iniziò l’ascesa del prezzo del grano sino a raggiungere gli oltre 50 centesimi al kg (per quello tenero attorno ai 30-32).
«Già a quelli aumenti della materia prima, che si verificarono a cavallo 2007-2008, oltretutto – osserva Trefiletti – ponemmo l’obiezione che tale materia prima incideva in una filiera, caratterizzata anche da 8 passaggi, solo per il 10 al 15% del prezzo finale. Da tempo, con queste motivazioni, abbiamo richiesto, mai realizzata, una forte riduzione dei prezzi al dettaglio dei derivati di questo prodotto alimentare».
«Quindi, oggi, se ci sono da modificare i prezzi, i ritocchi devono essere fatti al ribasso – conclude Trefiletti -, altrimenti, di fronte ad una evidente speculazione, porteremo la questione davanti all’Antitrust, oltre che la messa in campo di ogni azione legale di contrasto».
Sull’argomento è intervenuta anche Confagricoltura dell’Umbria: «Quando il prezzo del grano diminuisce va bene per tutti, ma appena gli agricoltori smettono di produrre grano perchè sotto la soglia di un guadagno ancorchè minimo, tutti si indignano e se la prendono con chi produce, come se la produzione fosse un dovere e non un’attività economica».
Perciò dice l’organizzazione degli agricoltori «basta con questi signori che quando pagano poco inneggiano al liberismo più sfrenato a danno del settore, e quando i prezzi per le stesse regole del mercato si impenna attaccano gli agricoltori».
Secondo Marco Caprai, presidente di Confagricoltura Perugia, «oggi sta per accadere una cosa simile al 2007 seppure in scala ridotta: il prezzo del grano sceso negli ultimi anni molto vicino a 12 euro al quintale in primavera, dopo il raccolto si è risollevato superando i 20 euro al quintale.
La cosa potrebbe impressionare, ma intanto il picco raggiunto è stato la metà del 2007, inoltre questi livelli di prezzo coprono di poco i costi di produzione del grano tenero utilizzato per il pane e non quello del duro utilizzato per la pasta. Con questi aumenti pertanto i cerealicoltori sono riusciti a malapena a tirare un pò il fiato dopo anni di bilanci negativi».
«È bastato questo – ha osservato Caprai – per provare a giustificare nuovi ritocchi ai listini dei prodotti al consumo. Ma la cosa più interessante per i cittadini è che grosso modo, per produrre un filone da 1 chilogrammo di pane, il fornaio utilizza 500 grammi di farina che a sua volta deriva da 1 kg di grano.
Il pane comune costa in Umbria circa 1,9 euro: ci vogliono da 12 a 20 centesimi di grano per produrre la fila di pane che costa come minimo al consumatore dieci volte tanto. Certamente ci sono i costi del mugnaio e quelli di fornaio che giustificano il 90% del prezzo finale, ma è assurdo dire che tutto parte dal cerealicoltore».
Gli agricoltori – ha commentato ancora Caprai – si trovano in una situazione di estrema debolezza, per un’offerta molto frammentata a fronte di una domanda concentrata tra pochi mugnai e pastai.
Inoltre con la libera circolazione delle merci chiunque può acquistare navi cariche di grano in ogni parte del mondo e farle arrivare in Italia, creando le condizioni per eccesso di offerta sulla piazza interna e far crollare i prezzi della produzione locale. «Spesso, inoltre, quando si assiste ai prezzi ballerini – ha sottolineato – sono frutto di speculazioni che però vedono come protagonisti i grandi traders e fondi di investimento».






