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Da una fondazione di ricerca toscana sostenuta da varie ditte farmaceutiche: Chiesi Farmaceutici, Bayer Schering e GE Healthcare nonchè dalla Regione giunge il risultato di una sperimentazione di quattro anni .
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Secondo i dati Istat, i cittadini stranieri residenti in Italia, al primo gennaio 2010, sono 4.235.059 pari al 7% del totale dei residenti, mentre al primo gennaio 2009 essi rappresentavano il 6,5%. Nel corso dell’anno 2009 il numero di stranieri e’ aumentato di 343.764 unita’ (+8,8%).
Anche se non costituiscono la parte prevalente dei nuovi residenti , il maggior numero di persone provenienti dal Nord Africa e dal Sud Est asiatico che vivono nel nostro paese ha cambiato la geografia della talassemia in Italia.
Fino a poco tempo fa si poteva dire che la malattia fosse presente in Italia soprattutto in Sicilia, in Sardegna e in alcune zone dell’Emilia Romagna una volta interessate dalla presenza di paludi, per un totale di circa 7.000 casi di cui circa 5000 nella forma di Talassemia Mayor o malattia di Cooley.
Ora regioni a forte migrazione, come Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, una volta scarsamente interessate dal fenomeno vedono crescere la presenza di pazienti talassemici con un aumento anche del 40%.
Per altro i migranti portano spesso una forma particolarmente grave della malattia, l’anemia falciforme, meno presente nel nostro paese rispetto ad altre, comunque gravi, come la talassemia major, o ad altre forme minori.

In questo scenario giunge una buona notizia:
la Fondazione Monasterio di Pisa – istituto ospedaliero e di ricerca della Regione Toscana e del Cnr – ha messo a punto e verificato positivamente, con un lungo periodo di sperimentazione, un metodo per la conoscenza dell’accumulo di ferro nel cuore, fondamentale per la terapia della talassemia maior o anemia mediterranea, malattia ereditaria che si manifesta quando entrambi i genitori sono portatori dell’alterazione di un gene dell’emoglobina:
Questa conoscenza consente ora di non somministrare terapie al buio.
La malattia, si ricorda, comporta l’accelerata distruzione dei globuli rossi e richiede trasfusioni ogni 15-20 giorni fin dalla tenera età; ne consegue un accumulo di ferro nei tessuti, in particolare nel cuore, che se non trattato con farmaci che lo rimuovono (chelanti del ferro) porta allo scompenso di cuore, la più frequente causa di morte in questa malattia. La terapia chelante, che ha aumentato significativamente l’aspettativa di vita di questi pazienti dovrebbe essere guidata dalla conoscenza dell’accumulo di ferro nel cuore, che, in mancanza di indicatori validi, ne costituiva finora l’anello debole, essendo praticamente condotta ‘al buio’.

Ora con la costituzione della rete Miot (Myocardial Iron Overload in Thalassemia), già oggi in 8 centri di risonanza (Pisa, Ferrara, Ancona, Roma, Campobasso, Lamezia, Catania e Palermo), che operano in collaborazione con oltre 60 centri ematologici nazionali,  si applica la tecnologia sviluppata a Pisa.
La rete Miot negli ultimi 4 anni ha assistito oltre 1.600 pazienti, di cui oltre 600 hanno ripetuto l’esame due o più volte.
La procedura si è dimostrata così efficace che sembra aver ridotto massicciamente il verificarsi dello scompenso cardiaco
.
Esemplare, in particolare di questi tempi, il supporto «no-profit» delle industrie interessate (Chiesi Farmaceutici, Bayer Schering e GE Healthcare), l’egida della Società Italiana Talassemie ed Emoglobinopatie), e il controllo della Fondazione Giambrone per la Thalassemia, ente morale Onlus associazione di pazienti.
Il segnale più significativo del successo di Miot è rappresentato dalla pressione alla quale il Laboratorio di Pisa e la rete Miot sono sottoposti, per le pressanti richieste di accesso da parte di tutti gli operatori nazionali e molti internazionali (Cipro, Malta, Tunisia, Grecia, Spagna, Tailandia).

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