Una dichiarazione della consigliera regionale dell'Udc, sulle vicende che vedono puntata l'attenzione della Magistratura sulla sanità dell'Umbria, sfiora il sistema delle nomine della dirigenza pubblica
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In un lungo intervento sulla vicenda, i cui contorni restano ancora vaghi, che sta interessando la sanità umbra ed in particolare quella della Usl 3 Foligno-Spoleto-Valnerina la consigliera regionale dell’Udc ha dichiarato, tra altro, “Tra le tante anomalie presenti da qualche tempo nel nostro Paese c’è anche quella di delegare alla magistratura, ritenuta da qualcuno a volte troppo ingombrante, altre volte no, il compito di accertare il funzionamento di meccanismi, innescati in origine dalla politica, attraverso una procedura non concorsuale o di merito ma di nomine, fatte per appartenenza e rese totalmente (o forse solo apparentemente) autonome dalle istituzioni che le hanno espresse”.

La frase si presta a qualche riflessione che forse non sarà gradita a nessuno della classe politica e che si incentra su quel concetto di “ nomine” accennato dalla Monacelli.
Fino a qualche decennio fa il comune detto era che nella Pubblica amministrazione i dirigenti erano come le stazioni ferroviarie, sempre fisse, mentre i convogli, cioè i politici, passavano.
Per questo i politici temevano i dirigenti, se questi ultimi erano onesti e con “gli attributi”, era impossibile fargli ingoiare bocconi men che leciti.
Certo la cosa aveva i suoi risvolti negativi, perchè dirigenti incapaci o che si mettevano di traverso per motivi non leciti o che facevano prima gli affari loro ce ne erano. Anche per i dirigenti la tentazione di esercitare, oltre i limiti, il potere era forte, ma almeno c’era un contrappeso: i politici appunto, che se avessero voluto avrebbero potuto scoperchiare le pentole del malaffare e che, comunque, potevano marcare stretto la dirigenza.

Ma era un contrappeso debole, soprattutto da parte di una classe politica poco preparata tecnicamente e troppo incline a farsi gli affari propri e del partito.
Così, incapace di imporsi in un duello alla pari, la politica italiana, con il consenso di tutti, ha smontato quel sistema “ferroviario” e ne ha realizzato uno in cui i dirigenti delle pubbliche amministrazioni sono legati mani e piedi ai politici.
Non solo essi, i dirigenti, sono inizialmente nominati dai politici – cosa da sempre avvenuta e che avverrà salvo affidare il tutto alla dea bendata – ma poi dipendono totalmente da quest’ultimi per rimanere al loro posto.

Ci sono stati e forse ci sono politici, anche in Umbria, anche nella sanità, che coi dirigenti accettano un confronto critico e sono in grado di apprezzare anche i motivi di opposizione, ma la gran parte è gente che ritiene, forse in buona fede in virtù di una investitura popolare o forse, con una buona dose di presunzione, di avere ragione su tutto, soprattutto perchè è la loro immagine ad essere il fine principale del loro operare.
E gente così è quella che privilegia gli yes-men e che tali fa diventare, anche per effetto del solo istinto di sopravvivenza, anche dirigenti preparati e coscienziosi per i quali “legare l’asino dove vuole il padrone” diventa la soluzione più ovvia.

Una soluzione sbagliata perchè nella pubblica amministrazione non ci dovrebbe essere il padrone bensì tanti padroni: i cittadini.
E’ una conseguenza inevitabile di un sistema che va cambiato assicurando: indipendenza vera dei dirigenti da una parte e controllo della politica dall’altro, una politica che se poi vuol cambiare i dirigenti deve sottostare a regole ferree e trasparenti.
La commistione di interessi fra politica e dirigenza alla lunga è devastante, si creano inevitabili complicità che fanno degenerare il sistema e rendono necessario l’intervento della magistratura, perchè all’interno della pubblica amministrazione gli anticorpi sono spariti.

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