La mamma di Michele Massaro, 23 anni, morto nel carcere di Capanne il 12 gennaio scorso non crede al suicidio del figlio e lancia accuse al sistema carcerario perugino.
Secondo la donna, il ragazzo che era curato con gli antidepressivi usava la bomboletta di gas per stordirsi e non pensare all’angoscia che lo attanagliava.
Un’angoscia che veniva anche dai suoi precedenti: tossicodipendenza, furti e tentativi di rapine, soggiorno in una comunità di Assisi.
Dopo la condanna otto anni e sei mesi Michele avrebbe voluto tornare indietro, magari a quella comunità dove riteneva che per lui vi fosse qualche speranza di risalita dall’abisso in cui era caduto.
Due giorni prima di capodanno i genitori hanno fatto visita al figlio e trovatolo pallido e sfinito avrebbero cercato di parlare con la direzione del carcere di Capanne ed ottenuto una visita medica da cui però non sarebbe risultato alcun problema di salute del figlio.
Per i genitori sarebbe stato necessario eseguire una spirometria ed un’analisi del sangue che avrebbero potuto rivelare il lento ma inesorabile avvelenamento in corso.








