La mia delusione è stata grande, essendo io un estimatore di alcune cantine umbre.
Ho seguito il Gambero Rosso a Stoccolma, quarta tappa del giro di promozione dei grandi vini italiani – dopo Mosca, Varsavia e Praga visitate in novembre, e prima di Oslo e Berlino – e nel luminoso salone degli specchi del Grand Hotel ho vissuto da appassionato la giornata di presentazione e di assaggio riservata agli acquirenti svedesi.
Erano più di un centinaio i professionisti del vino che si sono presentati all’invito del Gambero Rosso e tra essi tante le giovani e belle donne che dedicano all’enologia cultura e passione.
Quando ho avuto in mano il catalogo dei cinquantasei espositori invitati a proporre le migliori bottiglie d’Italia, l’ho subito sfogliato alla ricerca dei nomi familiari.
Volevo trovare qualche etichetta di quegli eccellenti vini umbri che beviamo. Non c’erano.
Ce ne erano appena due nell’elenco dei 222 che il Gambero Rosso ha selezionato per proporre il meglio della viticoltura italiana : quella di un Sagrantino messo in catalogo da una società agricola di Montepulciano, e quella di un altro Sagrantino etichettato da una famiglia di viticoltori senesi.
Ma messi in coda alle loro produzioni, come a voler dire: ecco le migliori proposte di casa nostra, più questa aggiunta.
Cosa pensare? Prestiti, oppure acquisizioni toscane di vigneti umbri. Insomma una cosa diversa da quella che speravo di trovare.
Mi ha rallegrato però scoprire che nei 56 di grado supremo c’erano i rinomati produttori della mia Verona e del Veneto e le grandi famiglie che hanno fatto brillare lo spumante.
E c’erano i viticoltori piemontesi, i friulani, tanti toscani – come sempre i più numerosi – , e i marchigiani, gli abruzzesi, i molisani, i pugliesi, i calabri, i siciliani e i sardi. Tutti gli stemmi di questo straordinario paese che è tra i più grandi produttori di vino nel mondo, se non il primo.
Non c’erano i campani, che pur sanno vantare qualche prodotto di rinomanza, e mi è venuto da credere che l’immondizia abbia un pochino pesato sulle valutazioni del Gambero Rosso.
Un pensiero così, senza peso e senza riscontro, ma pur sempre un pensiero che non mi ha fatto piacere, costatando come Stoccolma, anche sotto la neve e il ghiaccio – e che ghiaccio! le forniture di ramponcini da applicare alle scarpe erano esaurite e tutti gli interventi ortopedici programmati negli ospedali sono stati sospesi per dare la precedenza alle tante urgenze da fratture – non ha mai perduto il fascino che le deriva dall’essere pulita e curata anche sotto il peso dell’inverno.
Da amante del vino ho cercato di mettere gli occhi, oltre che il naso, nel chiuso dei tre seminari d’assaggio che hanno fatto da corona alla giornata dedicata alla perfezione italiana. In quelle sale riservate si poteva entrare in trenta, non uno di più, dietro prenotazione, e ciascuna sessione era dedicata alla valutazione critica di 18-19 vini.
Tutte quindi le cinquantasei bottiglie portate a Stoccolma hanno dovuto superare il triplice esame. I giudici erano giornalisti della stampa di settore, i ristoratori e gli importatori che operano per conto dei ristoranti.
Il meccanismo dell’importazione del vino in Svezia è particolarmente complicato. La catena di negozi che vende i vini provenienti da tutto il mondo si chiama Systembolaget ed è un monopolio di stato. Il vino, il privato lo può comprare solo lì.
E su quegli scaffali, che sono tutti eguali in tutti gli spacci del paese che innalzano la stessa insegna, tutti i grandi produttori desiderano entrare perchè gli svedesi, anche se superano di poco i nove milioni, sono bravi e costanti bevitori.
Il filtro del Systembolaget è molto rigido e quando un produttore riesce a superarlo ha la certezza di poter fornire crescenti quantità per un periodo di almeno cinque anni.
La selezione fatta dai tecnici del monopolio svedese è aperta a tutti i vini del mondo. E i compratori di Stoccolma, quelli di Goteborg, quelli di Malmo, quelli di Uppsala o di Kiruna hanno la possibilità di scegliere tra vini italiani, spagnoli, francesi, australiani, cileni, ungheresi, libanesi e via elencando.
Le bottiglie e e i contenitori di cartone (bag in box) nei quali c’è il sacco di plastica da 3 o 5 litri del prezioso liquido, sono sempre disponibili in tutti i banchi d’acquisto di tutte le regioni di questo lunghissimo paese, perchè è sempre unico il selezionatore e il venditore, cioè il Systembolaget.
A proposito della lunghezza affilata della Svezia fate una divertente prova: aprite l’atlante, prendete una matita e appoggiatela su tutta la sua ampiezza, poi tenendo ferma la parte inferiore rovesciatela verso Sud. Toccherete Napoli!
Un grande paese quindi, grande e tenace esportatore di qualità, sempre molto attento alle proposte commerciali che vengono dal mondo.
Ma il vino è vigilato con molto rigore e passa le frontiere solo quel produttore che può assicurare una continuità di fornitura.
Non so se le dimensioni delle più rinomate produzioni umbre siano sufficienti per affacciarsi sul mercato estero o se bastino appena a coprire gli spazi del mercato nazionale.
Da quello che ho potuto capire a Stoccolma, soltanto chi può immettere sul mercato da 50 mila bottiglie in su può tentare di misurarsi con la sfida dell’esportazione. Ovviamente non solo verso la Svezia.
Il vino italiano sta vivendo una difficile stagione anche nelle aree vitivinicole di maggiore prestigio.
Le quotazioni dell’uva hanno registrato forti ribassi e la crisi sta mettendo fuori mercato tantissimi piccoli produttori.
I più intraprendenti tentano di trovare i canali di commercializzazione dischiusi dall’abbattimento delle frontiere nella grande Europa, pur consapevoli che soltanto i paesi ricchi possono assorbire partite economicamente interessanti.
Tanti altri, meno preparati e coraggiosi, tornano a casa delusi e si rifugiano nelle cooperative e nelle cantine sociali.
L’Umbria è piccola, possiede tanta collina che è il territorio vocato alla produzione di qualità, ma la vocazione non basta per essere grandi produttori. Grandi nei numeri, intendo.
Così la qualità riesce ad appagare soltanto cerchie ristrette di consumatori raffinati. Troppo poco forse per l’ambizione di chi è consapevole di prevalere per capacità e merito.








