Tante le ipotesi per giustificare il fallimento, ma anche sicuramente un strana repulsione ad approfondire soluzioni tecniche innovative che non siano l'incenerimento
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 “Rispetto al 2009, la nostra Regione ha registrato un aumento di produzione di 10mila tonnellate di rifiuti, pari a circa 10 chilogrammi in più per abitante, mentre il Piano regionale aveva l’obiettivo di mantenere inalterata la quantità di rifiuti prodotti.
Ma il vero fallimento è quello relativo alla raccolta differenziata: solo un modestissimo 1,5 per cento in più di rifiuti differenziati rispetto al 2009.
Riteniamo questa situazione grave e preoccupante dal momento che tutti e quattro gli Ati sono ampiamente al di sotto degli obiettivi del Piano che per il 2010 prevedeva il raggiungimento del 50 per cento di differenziata”.

Così Oliviero Dottorini, capogruppo dell’Italia dei Valori a Palazzo Cesaroni, ha commentato i primi dati relativi alla raccolta differenziata e alla produzione di rifiuti per l’anno 2010 in Umbria.

Il rappresentante dell’Idv aggiunge “In quest’ottica il blocco della raccolta differenziata potrebbe essere funzionale a un disegno che punta a portare in emergenza l’Umbria proprio per accelerare l’ampliamento delle discariche e la realizzazione del tanto invocato inceneritore”.

A fronte di piccoli e medi Comuni “particolarmente virtuosi”, Dottorini dice che le principali realtà urbane rimangono al palo: “Perugia, che nel corso del 2010 ha attivato il servizio di raccolta porta a porta, si ferma al 35,4 per cento con un incremento del 2,8 per cento rispetto al 2009; Terni addirittura peggiora la propria prestazione attestandosi al 32,2 per cento (-1.6 per cento) e Foligno non va oltre il 30,6 per cento”.

“E’ evidente infatti – conclude  Dottorini- che con questi dati sarebbe assurdo pensare alla chiusura del ciclo e alla realizzazione di impianti di smaltimento ultimo dei rifiuti, mentre occorre intervenire quanto prima con politiche concrete ed efficaci, investendo su metodi di differenziazione spinta, magari basandosi su sistemi meccanico-biologici già funzionanti in altre regioni”.
Ma di tali sistemi in Umbria non solo non c’è traccia, sarebbe già stato il tempo che impianti sperimentali funzionassero, ma praticamente non se ne parla in modo approfondito, come se i tecnici che dovrebbero esprimersi su di essi siano refrattari alle innovazioni e ripiegati sugli schemi tradizionali, quasi a non voler disturbare il business che, inceneritori o no, s’è sviluppato intorno ai rifiuti.

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