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Anche i grandi capitalisti italiani individuano e non certo per motivi morali nella eccessiva diseguaglianza dei redditi e ricchezze la causa della crisi economica in corso
de-benedetti
L’affermarsi del movimento degli “indignados” anche nella patria del capitalismo a New York fa pensare a non pochi che dopo il muro di Berlino a crollare tra un po’ sarà il muro dell’egoismo e dell’ingordigia.
Un pensiero che non ha una radice morale ma prettamente economica e che per questo spaventa i “ricchi”.
Alle voci  di ultra miliardari d’oltre oceano che temono per il futuro delle loro ricchezze a difesa delle quali, però, non si arroccano e cercano di fare una diagnosi onesta della situazione e pertanto indicano una cura , si è aggiunta ora una voce, su il Sole 24 ore, che però non ha avuto molta risonanza, neanche nella sinistra, forse perché in parte coincidente con l’analisi fatta dell’ex premier Romano Prodi, che è esplicitamente tirata in ballo.

Scrive, infatti, Carlo De benedetti “Già anni fa Paul Kennedy coglieva nell’accentuarsi delle diseguaglianze uno dei possibili segnali del declino della potenza americana. Lo storico è stato tra i primi a leggere lo spostamento dell’asse del mondo dall’Occidente ai Paesi emergenti, dalla Cina al Brasile. E lo ha fatto attraverso i dati sociali, ancor prima che quelli economici o politici.

Quella sua intuizione oggi sta trovando una conferma che va al di là delle sue stesse previsioni.

Ci deve atterrire il gap crescente che si sta affermando nelle nostre società tra chi ha moltissimo e chi ha molto poco.
Un differenziale che si tocca con mano nel viaggiare tra Europa e Stati Uniti. E che trova un riscontro drammatico nei numeri.
 Mai, negli ultimi 50 anni, così tanti americani hanno vissuto in povertà come oggi.

Nel 2010 oltre 46 milioni di cittadini Usa sono finiti sotto la soglia di povertà. Il tasso di povertà è così cresciuto al 15,1%, il più alto dal 1993, un punto in più rispetto all’anno precedente. Nello stesso tempo le famiglie che guadagnano più di 100mila dollari sono cresciute.
Il Financial Times ha parlato di un effetto a due velocità della crisi, con i più ricchi che mantengono la loro capacità di spesa mentre un numero crescente di cittadini cade in povertà.
Sempre negli Stati Uniti oggi l’1% della popolazione americana detiene il 40% della ricchezza dell’intera nazione. Il numero di americani senza assicurazione sanitaria è cresciuto nell’ultimo anno di circa un milione a 49,9 milioni. E il dato più impressionante è che circa un quarto dei bambini americani oggi vivono in povertà.
Sono proprio le nazioni appartenenti al G-8, secondo un rapporto pubblicato quest’anno dell’Ocse, quelle dove le diseguaglianze sono aumentate di più. In testa alla classifica troviamo gli Stati Uniti seguiti a ruota dall’Italia, il Regno Unito, la Spagna e il Canada, a metà strada ci sono la Francia e la Germania, mentre i Paesi "virtuosi" sono Svezia e Danimarca.
In Italia sempre, nel 2011, il 10% delle famiglie più ricche detiene il 45% della ricchezza complessiva.
Negli ultimi dieci anni, mentre il reddito pro capite italiano scendeva dal 117% del reddito medio europeo al 100%, l’indice di diseguaglianza è salito dal 4,8 al 5,5: cioè il 20% di italiani più ricchi dispone di un reddito 5,5 volte più elevato di quello del 20% di italiani più poveri.
Sono cifre che non possono lasciare indifferenti.

Qui c’è davvero qualcosa che si è rotto nelle nostre società
. Si pone drammaticamente, innanzitutto, una questione di giustizia sociale. E mi chiedo dov’è la politica su questo. Dov’è la sinistra innanzitutto, che è nata e cresciuta all’inizio del secolo scorso proprio sulla questione sociale.
Ma non è un problema che può riguardare solo la sinistra, e tanto meno un problema che rimanda solo al valore di una società più giusta.”
 

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