A giocare con la vita è una quota importante degli umbri, il 13% di essi non ha mai effettuato almeno un controllo del colesterolo: risultato 11 decessi al giorno
antonio-cassano-maglia-milan
I problemi cardiaci in questo momento sono all’attenzione di molti per le vicende di un giocatore di calcio: Cassano, ma ben pochi sanno che ogni giorno in Umbria muoiono tante persone quante ne costituiscono una squadra di calcio intera.
Cioè nella regione, per problemi cardiaci, ogni giorno muoiono 11 persone.
In un anno sono state 4108 le persone morte in Umbria per malattie del sistema circolatorio e di questi decessi 1638 sono imputabili a malattie ischemiche del cuore.
I decessi sono stati 2930 nella Provincia di Perugia e 1178 in quella di Terni.
In Umbria in un solo anno i ricoveri legati ad aterosclerosi coronarica e altre malattie ischemiche del cuore sono stati 2965

Molti di questi ricoveri e di questi decessi si sarebbero potuti evitare se solo i livelli di colesterolo fossero state tenuti adeguatamente sotto controllo in modo efficace.
Perché ridurre il colesterolo non basta, occorre anche mantenerlo a livelli adeguati.
Il colesterolo è il big killer del cuore ma gli italiani, umbri compresi, sembrano ignorarlo.
Non lo misurano neppure.
In Umbria su cento adulti 13 non hanno mai misurato il colesterolo.
E quindi non sanno cosa rischia il loro cuore.

L’allarme viene dagli esperti Alberico Luigi Catapano (Professore Ordinario di Farmacologia all’Università degli Studi di Milano e Presidente Eletto della Società Europea Aterosclerosi) e Claudio Borghi (Professore Ordinario di Medicina Interna all’Università degli Studi di Bologna) in occasione della conferenza stampa di presentazione di nuovi scenari terapeutici nella lotta al colesterolo alla luce dei risultati dello SHARP (Study of Heart And Renal Protection). 

Il Colesterolo è la cenerentola dei fattori di rischio. Non dà sintomi, non dà campanelli d’allarme eppure arriva diretto al cuore. C’è chi non lo valuta proprio e chi pensa che per fronteggiarlo basti una piccola correzione nell’alimentazione.
«E’ un triste destino che il colesterolo condivide anche, per esempio, con l’ipertensione. E’ un problema culturale- dice Alberico Luigi Catapano- il medico e il paziente devono convincersi che la riduzione deve essere prolungata nel tempo (idealmente per il resto della vita una volta iniziata la terapia) e che solo così si possono ottenere i benefici attesi».
In generale, dire di ridurre il colesterolo come concetto di prevenzione è un messaggio importante ma è fondamentale prestare attenzione affinché la riduzione che si ottiene sia il risultato di un energico calo del colesterolo cattivo (ed eventualmente dei trigliceridi) ed un efficace aumento di quello buono.
 

«Il messaggio ‘giù il colesterolo’ è valido ma deve essere solo lo slogan di partenza, quello con il quale attrarre l’attenzione sul problema lipidico – commenta Claudio Borghi –
Oggi, infatti, dire ‘giù il colesterolo’ vuol dire tutto o nulla. ‘Tutto’ perché è un monito importante a ridurre in senso favorevole il proprio profilo lipidico, e quindi il proprio profilo cardiovascolare.
‘Nulla’ in quanto nella formulazione di una strategia efficace si deve distinguere tra colesterolo cosiddetto ‘cattivo’ o LDL e colesterolo ‘buono’ o HDL.
A questo va aggiunto il ruolo non marginale dei trigliceridi che sono espressione sia di alterazioni del profilo metabolico che di quello genetico dell’individuo ed il cui apporto, in termini di rischio, risulta sinergico a quello del colesterolo ‘buono’ e ‘cattivo’».
 
«Lo studio SHARP ha dimostrato due aspetti fondamentali – continua Catapano- in soggetti ad alto rischio di eventi cardiovascolari, quali sono i soggetti con danno renale cronico (CKD) o in dialisi sostitutiva della funzione renale, la terapia ipolipemizzante ed in particolare quella di associazione tra simvastatina ed ezetimibe risulta altamente efficace nel ridurre gli eventi aterosclerotici; inoltre in soggetti politrattati e “fragili” questo approccio terapeutico non evidenzia, nell’ampia popolazione studiata, alcun segno di aumento degli eventi avversi dovuti alla terapia ipolipemizzante».

Dunque, se la terapia in associazione si è dimostrata così efficace per pazienti difficili come quelli nefropatici a maggior ragione la lezione si applica a pazienti meno complessi.
«Il beneficio della terapia ipocolesterolemizzante – spiega Catapano- dipende essenzialmente dalla riduzione del colesterolo LDL ottenuta.
La terapia di associazione presenta l’indubbio vantaggio di  potere produrre un’ulteriore riduzione del colesterolo LDL stimabile, una volta stabilizzata la terapia con statina, in circa il 25%.
Questo effetto è dovuto alla capacità di ezetimibe di ridurre in modo importante l’assorbimento intestinale del colesterolo. Un secondo vantaggio riguarda la possibilità di utilizzare basse dosi di statina e, quindi, sfruttare al massimo le potenzialità della riduzione del colesterolo LDL in termine di riduzione degli eventi senza dovere necessariamente ricorrere a dosi troppo elevate di statine che, inevitabilmente, aumentano il rischio di eventi avversi».
 
Le interviste integrali con gli esperti in allegato.

condividi su: