Dall’inizio dell’epidemia – era il 1982- ad oggi in Umbria i casi di AIDS sono stati 524 dei quali uno nel 2010.
In totale, i casi, provincia per provincia, sono stati: 383 a Perugia e 141 a Terni.
L’ultimo caso pediatrico risale al 2001 e in totale sono stati 9.
L’identikit dei pazienti sieropositivi umbri è conforme a quello del resto d’Italia: soprattutto eterosessuali, tra i 30 e i 50 anni (sono in aumento quelli da 40 in su). Scoprono tardi di avere l’AIDS, spesso al momento del primo test:se nel 1990 l’età media era intorno ai 30 anni adesso è di 44 per gli uomini e di 40 per le donne. Tardi, troppo tardi.
Aids & Epatite C: due virus che in Umbria, come nel resto d’Italia, agiscono in silenzio. Quasi indisturbati visto che non fanno paura.
Eppure sono killer spietati. Killer che la Ricerca è riuscita a mettere alle corde: di Aids non si muore più, i pazienti cronicizzano; di Epatite C addirittura si guarisce.
A patto che si è curati presto e bene. Cosa non sempre scontata. Perché i due virus non fanno paura.
Un quadro preoccupante che emerge da una conferenza stampa a Roma, all’Istituto Superiore di Sanità, in occasione del convegno ‘HIV & HCV : due storie parallele.
Le sfide future’. Il quadro dell’Aids in Umbria è possibile grazie alle cifre del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità.
Per l’Epatite C, invece, solo stime: si pensa che in Italia i pazienti infetti siano tra un milione e un milione e mezzo. Molti anche in Umbria.
Un sieropositivo trattato presto e bene è una persona che ha davanti una speranza di vita quasi normale. L’HIV, oggi, cronicizza tanto che si aprono nuove sfide: diabete, ipertensione e malattie cardiache.
«E’ uno scenario nuovo quello del paziente cronico e dobbiamo saperci adattare – dice Stefano Vella, Direttore del Dipartimento del Farmaco all’Istituto Superiore di Sanità – perché se fino a qualche tempo fa il paziente ci chiedeva di vivere anni in più, oggi che questi anni li ha conquistati ci chiede, anzi vorrei dire pretende, che siano anni di qualità.
Un paziente trattato presto e bene mantiene un’alta aderenza alla terapia e ha minori possibilità di trasmettere il virus. In trent’anni di lotta al virus abbiamo imparato che un forte investimento di risorse e di energie, insieme ad una proficua collaborazione tra pubblico e privato, portano a grandi risultati.
Quello che dobbiamo ricordare è anche che le terapie devono essere valutate in termini di costo-efficacia. Ce l’ha insegnato l’AIDS. Oggi che stiamo aspettando le nuove terapie per l’epatite C teniamolo bene a mente. Ancora una volta la chiave di volta della terapia gioca su due parole: presto e bene.
Ovvero iniziare appena possibile la migliore terapia possibile».
Presto e bene: un binomio non scontato per l’HIV visto che i pazienti spesso scoprono di aver contratto il virus tardi ma che sembra ancora più difficile nei confronti dell’epatite C.
«L’HIV ci insegna che una terapia appropriata e ben gestita può dare grandi risultati – dice Antonio Craxì, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo – Nel caso dell’HIV la cronicizzazione, nel caso dell’HCV addirittura l’eradicazione e, quindi, la guarigione. Questa guerra si può vincere. Le armi ci sono. Saremmo a buon punto se ci fosse più consapevolezza della malattia.
E’ paradossale: sappiamo come combattere il virus, abbiamo a disposizione terapie che si sono dimostrate efficaci, possiamo addirittura confidare nella guarigione del paziente ma ci
vediamo costretti a parlare di ‘emergenza epatite C’ perché manca la consapevolezza nella collettività che questa malattia esiste ed è spietata».
HIV e HCV: due virus, due storie parallele. Una lezione da ricordare per molti aspetti.
«La storia della lotta all’HIV insegna che una partnership virtuosa tra pubblico e privato è l’unica strada per raggiungere risultati significativi.
Ma oggi è ancora possibile? – dice Pierluigi Antonelli, Vicepresidente Farmindustria e Presidente e Amministratore Delegato MSD Italia – L’attuale contesto sociale ed economico parrebbe suggerire il contrario, ma la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato non solo è possibile, ma anche auspicabile.
Proprio quando le risorse sono limitate l’industria ha bisogno di condividere strategie di sviluppo con gli attori istituzionali a beneficio di un sistema sostenibile. Nessuno può pensare di far tutto da solo, è necessario che le responsabilità siano condivise».








