L'Umbria solitamente risente più tardi delle crisi, ma è più lenta di altre regioni ad uscirne
acquaytue12


I sintomi della malattia sono “tragicamente evidenti”, la diagnosi è la solita e le cure sono sbagliate.
Nel primo trimestre del 2012 il tasso di disoccupazione in Umbria si attesta al 9,8%, la percentuale più alta tra le regioni del Centro-Nord. Un peggioramento del 2,8% rispetto agli ultimi tre mesi del 2011.
Il lavoro in regione è tornato al trienno 1994-1996, quando la disoccupazione viaggiava al ritmo del 9-10%.
Disoccupazione al di sotto della media nazionale (10,2%), ma notoriamente l’Umbria è più tarda a sentire la crisi e tarda a riprendersi.

E così ci sono 39mila persone che cercano lavoro ad aggiungersi a quelli che non si registrano più, “tanto non c’è nulla” e che forse sono altrettanti di quelli (settemila) che la prima occupazione la cercano ufficialmente.

La diagnosi della situazione fa riferimento ad un “fantomatico mercato” cioè a poche migliaia di persone che nel mondo decidono le sorti di tutti solo per incrementare i loro guadagni fin quando il giochino finirà come prevede una insospettabile Cassandra ( l’ex Ministro Tremonti ): "la finanza ci distruggerà e poi si autodistruggerà"; a rifletterci sembra la descrizione di un kamikaze

La cura assomiglia all’improvviso taglio della droga ad un tossicodipendente all’ultimo stadio.
E’ sicuramente vero che in Italia, Umbria compresa, si è largheggiato in molte spese poco o nulla produttive, ma i beneficiari di queste spese per la maggior parte sono stati e sono la “droga” che sostiene il malato ovvero che mette in giro soldi per far girare l’economia. Tagliare di colpo ed adesso in periodo di vacche magre questa droga manderà al camposanto l’economia. La logica vorrebbe che queste manovre si facciano in periodi di vacche grasse.

Ma il problema è come tornare all’abbondanza; poi ci sarà il problema di ricordarsi di curare all’origine la malattia.
In passato una crisi analoga, quella del 1929, fu affrontata aumentando enormemente la spesa pubblica, spesso con spese del tutto inutili, la crisi fu superata ma scoppiò l’inflazione origine dell’avvento del nazionalsocialismo e poi della seconda guerra mondiale 

Ora però il “mercato” da quell’orecchio non ci sente e non finanzia gli Stati  rifiutandosi di acquistare ad un prezzo equo le obbligazioni statali (BTP, Bt, Cct ecc…)
Un mercato, borse e derivati, che recentemente è stato stimato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali: 647 mila miliardi di dollari di valore nominale per i “derivati”, 14 volte di più della capitalizzazione di tutte le Borse del globo e nove volte più grande del Pil del mondo intero.
Somme che stanno lì, ferme in attesa di crescere come le zucche, col tempo e con la paglia, salvo poi, come dice Tremonti, infradiciare se nessuno le coglie.

Ed allora la soluzione sta nell’evitare che quelle zucche crescano troppo, tagliandogli il nutrimento che è costituito dai troppi che percepiscono redditi che non riescono a spendere e che imboscano nella speculazione finanziaria.
Un taglio che non significhi espropriazione ma prestito obbligatorio, per la parte dei redditi che non riescono a spendere, con tasso pari all’inflazione si.

Poichè il “mercato” si regge solo se c’è un costante afflusso di nutrimento, in breve tempo gli speculatori inizieranno a perdere e saranno ben felici di tornare ad investire nell’economia reale, anche a pagamento.

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