Innalzamento delle temperature e diminuzione della piovosità, condizioni oggi impensabili almeno nella stagione invernale e primaverile, sposterebbero verso nord - oltre la regione di Bordeuax - la zona dove la coltivazione della vite può prosperare
vite-01
Mentre è in corso il Vinitaly 2013 ed è particolarmente vivo il dibattito sul futuro della viticoltura in Umbria, si profila all’orizzonte un grave pericolo.
Stando ad uno studio Usa i cambiamenti climatici renderanno più difficile agli attuali produttori di vino coltivare i vitigni.
Il pericolo sarebbe insito nel riscaldamento globale e nella diminuzione delle precipitazioni, che porteranno ad una ridistribuzione geografica verso latitudini più estreme a scapito delle regioni dove attualmente la vite prospera, fin verso la regione di Bordeaux.

Secondo gli studiosi già nel 2050 la superficie adatta alla coltivazione dei vigneti in Europa sarà ridotta in media del 68%, a vantaggio delle regioni più settentrionali.
A considerare, tuttavia, la situazione attuale in Umbria quella supposta diminuzione di precipitazioni sarebbe di là da venire, anzi, anche se la scorsa stagione invernale è stata abbastanza tiepida.
Peraltro, un ulteriore studio internazionale, che si è avvalso dei dati forniti dai satelliti, ha rivelato che il fenomeno dell’innalzamento della fascia di vegetazione verso nord è stato molto sensibile in Alaska negli ultimi trenta anni: circa 7 gradi di latitudine.

Tuttavia gli effetti del riscaldamento globale non trovano tutti gli scienziati d’accordo.
Paradossalmente s’è scoperto che sia al polo nord che al polo sud, lo scioglimento dei ghiacci ha determinato un abbassamento della temperatura superficiale nei mari circostanti, al polo sud con creazione di nuovo ghiaccio costiero, mentre all’interno del continente antartico le precipitazioni nevose sono fortemente diminuite.

Viceversa i mari intorno all’artico, freddi in superficie, si stanno riscaldando nella fascia più profonda.
Questo fenomeno sarebbe determinato proprio dallo scioglimento dei ghiacciai i quali immettono nel mare acqua dolce, che seppur fredda e quindi destinata a scendere negli abissi proprio perché meno densa di quella di mare, seguita  a “galleggiare” perché sotto c’è n’è una, che in virtù del più forte riscaldamento avvenuto alle origini del flusso verso nord della Corrente del Golfo, ha aumentato la sua salinità e quindi il suo peso.

Il combinato effetto del “tappo” d’acqua dolce fredda e dell’inabissamento della Corrente del Golfo potrebbe essere la causa del clima più freddo nei paesi nordici, mentre la più estesa superficie di acqua fredda e dell’aria soprastante potrebbe essere la causa della deviazione verso latitudini più basse dei flussi delle perturbazioni atlantiche.

La chiave di tutto sarebbe quindi lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico, fenomeno che tuttavia sarebbe destinato a ridimensionarsi nell’arco di 50 anni solamente perché poi di ghiaccio da sciogliere non ce ne sarà più: gli esperti prevedono che il mare artico sarà totalmente navigabile, libero da ghiacci, entro il 2060 ed allora ci potrebbe essere una inversione di tendenza

 

condividi su: