La stessa Google, in una causa in California, avrebbe ammesso di analizzare la corrispondenza fra gli utenti sostenendo di non essere un servizio di recapito postale ma una segretaria che la deve smistare; poi è arrivata una smentita
mail-server-posta-elettronica

Ripetutamente su questo sito avevamo segnalato la stranezza di pubblicità via internet che arriva agli utenti avendo per oggetto gli argomenti trattati nelle loro email.
In pratica segnalavamo che non c’era alcuna garanzia che la posta elettronica non venisse letta da estranei, magari da macchine.

Oltre quella che sembra una violazione della privacy, peraltro quando si apre una casella di posta elettronica questo fatto non viene segnalato, la cosa rischia di pregiudicare gravemente l’espansione della posta elettronica proprio quando, almeno in Italia, si cerca di de- materializzare la corrispondenza per risparmiare sulla carta, sia dal punto di vista economico che da quello ecologico.
Ovviamente di ciò sarebbero ben liete le compagnie di recapito tradizionali.

Il nostro sospetto s’è concretizzato in California e Punto Informatico.it ne dà notizia corredata dalla copia di alcuni atti 
Qui un documento depositato da Google in un tribunale californiano per difendere da una class action il proprio servizio di posta elettronica, ammette la pratica di intercettare le comunicazioni in entrata e sottoporle ad analisi che consentono di scongiurare parte dello spam e di somministrare pubblicità contestuale.

Google sostiene, infatti, che Gmail non è un servizio di recapito della posta, ma solo un servizio di segreteria.
Nel primo caso ci sarebbe il divieto di leggere la corrispondenza, nel secondo, come una comune segretaria, Google sostiene che sia suo diritto “aprire” la posta.

La giustificazione fa acqua da varie parti.
Una segretaria che apre la posta di un ufficio non può certo divulgarne, pena il licenziamento, il contenuto.
Eppoi se si invia una lettera ad un ufficio con l’indicazione “riservato personale” solo la persona destinataria può aprirla, anche se lavora nello stesso ufficio della "segretaria".
Aspettiamo adesso cosa ne penseranno i giudici americani e magari quelli italiani o il garante della privacy italiana.

Intanto, dopo il clamore oltre oceano Google ha smentito sostenendo che il tutto è nato dalla estrapolazione, da una memoria difensiva, di una frase singola che si riferiva ad una vecchissima sentenza della Corte Suprema Americana del 1979.

Per Google, dire che chiunque mandi una e-mail a un utente Gmail debba aspettarsi che il suo messaggio venga «processato» per poter essere recapitato (ad esempio dai filtri anti spam) non ha niente a che fare col fatto che su Gmail non ci sia privacy.
Il problema è che non si conoscono i confini di questo “processato” ed a molti il dubbio forte, ma proprio forte, resta

condividi su: