Quand’anche l’uomo, gli animali e le piante dovessero sparire dalla Terra, qui la vita non cesserà di esistere.
Sia il riscaldamento globale o la glaciazione a determinare il deserto sul globo, ci sarà sempre qualche batterio che è in condizione di resistere e forse dare inizio ad una nuova umanità.
Ormai è anche, certezza pure che nei pianeti extraterrestri la vita va ricercata e probabilmente trovata prescindendo da quelle condizioni che sembravano irrinunciabili.
Già Carla Scesa, docente di Cosmetologia presso l’Università di Sien aveva affermato che: “L’ultima frontiera della ricerca scientifica è esplorare come sia possibile che organismi viventi come batteri o piante riescano a sopravvivere in condizioni estreme: ghiacciai, vulcani, deserti, salinità elevate”, spiega.
“In una recente spedizione in Antartide – prosegue l’esperta – gli scienziati hanno prelevato un campione di fango.
Una volta esaminato è stata rilevata la presenza di una forma di vita: si trattava di un batterio mai visto prima, in grado di sopravvivere a condizioni di freddo estremo e a un elevato grado di salinità“.
“Si è scoperto – sottolinea la cosmetologa – che questo batterio si è costruito un ‘igloo’ per sopravvivere.
Si tratta di una protezione formata da uno zucchero, un polisaccaride, all’interno del quale è riuscito a crearsi una pressione osmotica e condizioni di temperatura ideali….Applicando questa sostanza su culture cellulari si è scoperto che era in grado di stimolare la crescita…Sono stati trovati anche altri tipi di batteri in climi torridi come in prossimità dei vulcani – sostiene Scesa – Si tratta sempre di batteri estremofili in grado di sopravvivere ad alte concentrazioni di zolfo e a temperature elevate“.
Ora dal Cnr italiano la conferma che c’è vita nei laghi subglaciali dell’Antartide, ambienti estremi immersi nell’oscurità, sottoposti a pressione elevatissima, da millenni isolati dall’atmosfera dalla spessa calotta glaciale.
La scoperta ha implicazioni sugli studi riguardanti la vita in vari ambienti estremi sia terrestri che di altri pianeti del sistema solare.
Lo sostengono i ricercatori in un articolo pubblicato su Nature e intitolato “A microbial ecosystem beneath the West Antarctic Ice Sheet”.
Tra gli autori, l’italiano Carlo Barbante, chimico e paleoclimatologo dell’Università Ca’ Foscari Venezia e direttore dell’Istituto per le dinamiche dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (Idpa-Cnr). L’articolo ha come co-autori ricercatori da Montana State University, Scripps Istitution of Oceanography, St. Olaf College del Minnesota, University of Tennessee e la britannica Aberystwyth University.
Le analisi chimiche condotte a Venezia hanno contribuito a dimostrare come nei laghi subglaciali, dove non c’è luce, i microrganismi assorbano e scambino energia grazie a particolari reazioni chimiche di ossidoriduzione. Inoltre, questa ricerca suscita grande interesse da parte degli scienziati che studiano la vita in altri ambienti estremi e negli altri pianeti».
Un’altra ricerca ha inoltre consentito di scoprire una sconosciuta abilità dell’Escherichia coli, uno dei batteri più studiati dai biologi, L’inaspettata scoperta è di un gruppo di ricercatori del Laboratory of BioMineralogy and Astrobiological Research (Lbmars) a Valladolid in Spagna. Lo studio, pubblicato su Astrobiology, apre un ventaglio di nuovi possibili scenari nella ricerca di forme di vita extraterrestri in pianeti diversi dal nostro
La scoperta, fatta per caso dal biologo José María Gómez con un microscopio casalingo e poi verificata in laboratorio, ha individuato l’incredibile capacità dell’E.coli di modulare la crescita e lo sviluppo dei cristalli di una soluzione salina.
Quando il sale inizia a cristallizzare a causa dell’evaporazione dell’acqua, il batterio, che si trova al suo interno, manipola il cloruro di sodio e crea strutture biosaline con una complessa architettura tridimensionale, nelle quali cade in letargo.
Queste strutture possiedono un sottile strato superiore formato da cloruro di sodio mescolato a cellule batteriche “mineralizzate”, il quale ricopre poi uno strato inferiore costituito invece solo da cellule batteriche non-mineralizzate.
I ricercatori spagnoli hanno verificato che nel momento in cui il materiale viene reidratato, i batteri contenuti al suo interno riacquistano tutte le caratteristiche che possedevano prima della cristallizzazione.
L’E.coli, interagendo quindi con il sale contenuto nell’acqua, riesce a creare dei “rifugi” minerali che gli garantiscono la sopravvivenza in condizioni di vita avverse, nel caso in cui cioè l’acqua evapori. “Il risultato più interessante è che i batteri entrano in uno stato di letargo all’interno di queste strutture essiccate, ma possono successivamente ‘rivivere’ semplicemente tramite reidratazione”, ha aggiunto Gómez, leader del gruppo di ricerca spagnolo.
Come ricordano gli autori, l’acqua è fino ad ora ritenuta in assoluto la molecola fondamentale per la vita.
Il centro di ricerca Lbmars non a caso partecipa allo sviluppo del ExoMars rover, robot che verrà inviato su Marte dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) nel 2018.
Secondo il ricercatore, “I modelli osservati aiuteranno a calibrare lo strumento e a testare il rilevamento di segni di letargo o tracce di vita marziana”. Non resta quindi che comprendere come il batterio controlli la cristallizzazione del cloruro di sodio e come al contrario il sale influenzi quest’azione.










