A quasi un secolo dal decreto reale che, dopo ben due millenni, ha d’un tratto cancellato le Marmore dall’immaginario collettivo, salvo l’elemosina delle ore di apertura, dopo una crisi di sistema, di pensiero e di consumi quale quella che viviamo, siamo a un bivio. Anzitutto sgomberiamo il campo da un equivoco: le acciaierie, per cui fu costruita la rete idroelettrica Salto-Turano-Cotilia-Medio Nera-Galleto, da svariati lustri acquistano energia sul mercato, al prezzo più basso disponibile. Risulta che l’energy manager TK-AST non abbia mai siglato nemmeno mezza convenzione con Galleto e il suo network.
Se per le Cascate del Niagara o dell’Iguazù si fosse ricercato uno sfruttamento altrettanto esclusivo-intensivo dell’energia idraulica (possibile tanto più in Sud America, dove non c’è il nucleare), tali siti, da tempo Patrimonio mondiale Unesco, avrebbero avuto la stessa nostra sorte: invece, pur con opere faraoniche, talora assai criticate come nel caso dell’enorme diga Itaipu a monte dell’Iguazù, si è deciso di procedere alla ‘coltivazione’ idroelettrica prevedendo un prelievo non totale come qui, ma parziale, riducendo la portata d’acqua alle cascate di giorno, ma soprattutto nottetempo, senza cancellarle definitivamente dal paesaggio, come invece è stato fatto arrogantemente da noi dopo 2.150 anni di storia.
Qualunque ingegnere idraulico, osservando la portata del fiume Velino, mediamente pari a 60 mc/sec, attesterebbe che già esiste lo spazio per restituire a Terni e all’Italia la Cascata, il cui volume controllato è infatti pari a soli 15 mc/sec, cioè il 25/30% di quello medio del Velino. Comprendendo le necessità idroelettriche, pretendiamo che, conformemente al modello americano, almeno un bel velo d’acqua ammanti le Cascate, rendendo visibile l’esistenza delle Marmore. Italia Nostra dice basta all’elemosina delle ore. Basta con questa storia: si restituisca tanta bellezza al territorio e al mondo, rimodulando i volumi d’acqua come si fa all’estero –un velo d’acqua di giorno, con portata potenziata nelle ore topiche- evitando al contempo che a operatori stranieri siano consentite con faciloneria speculazioni immense, con uno sfruttamento eccessivo atto solo a danneggiare nostri preminenti interessi.
E le ‘compensazioni ambientali’ di cui Bolzano e Trento sono maestre? Macché! E nemmeno Piediluco, da ottobre, riceverà più un cent, poiché la convenzione è scaduta e nessuno la rinnova, pur a fronte di gravi danni quotidianamente subiti dalla continua variazione di livello del lago, utilizzato da 80 anni quale (ulteriore) bacino di rete. Ecco gli esiti del fritto misto di ignoranza marchiana e piccoli interessi locali.
Com’è possibile dunque aver ceduto tutto a stranieri? Cosa ricava Terni, se l’energia non è utilizzata dalle acciaierie, e, oltre agli introiti, anche parte della stessa può finire all’estero? E i canoni che il concessionario paga alla Regione Umbria come vengono restituiti a Terni? Presto scopriremo una realtà assurda.
Intanto le Cascate del Niagara, sempre aperte ma a volumi ridotti, intercettano un flusso turistico annuo attorno ai 20 milioni di visitatori; la regione di Iguazù assorbe ben 5 milioni di presenze; noi siamo quasi a 500.000, con potenzialità inesplorate, visto che si tratta delle Cascate più alte del mondo costruite dall’uomo; delle più conosciute d’Europa; che qui, ovunque, c’è la storia di Roma, a partire dal mito di Curio Dentato; che questa era una tappa irrinunciabile del Grand Tour; che sotto il profilo enogastronomico siamo insuperabili; che, in spirito di sostenibilità e grazie a fondi europei, si dovrebbero velocemente aggiungere numerosi servizi sportivi e ricreativi, recuperando progetti che già esistono su chilometri di Valnerina, catturando per giorni giovani, meno giovani e intere famiglie, con un giro economico oggi inimmaginabile. Invece, come al solito, si procede di rimessa, svendendo patrimoni naturali e asset unici nel pianeta all’ultimo arrivato.
Sull’umanesimo, la civiltà, la storia, la cultura, la vocazione locale, prevalgono ancora regole epiche, ribadite da imprese straniere, peggio di 100 anni fa, come nemmeno in Nord e Sud America si consente! E’ ora di guardare al futuro, affiancando a realtà in difficoltà alternative nuove –anzi, antiche- dall’eco mondiale
Nel 1897 Luigi Lanzi iniziò a tuonare pubblicamente contro lo sfruttamento della Cascata delle Marmore, minacciata dallo sviluppo industriale che andava inevitabilmente ad incidere sulla bellezza di un paesaggio rimasto fino ad allora incolume.
Lanzi riconosceva di lottare da solo contro quella che chiamava “la forza gigantesca dei milioni” e, all’iniziale disinteresse delle autorità governative, l’erudito stronconese ottenne l’ampio consenso di una fitta rosa di intellettuali, parlamentari, artisti e scienziati che scossero l’opinione pubblica aprendo così la strada del dibattito parlamentare.
Soccorrere, proteggere, vincolare la cascata da “soverchie manomissioni” senza “frapporre ostacoli allo sviluppo delle industrie”, reclamando che “ogni derivazione di forza, ogni lavoro che si debba compiere (…) siano giustificati da effettivo bisogno, e siano condotti con quei riguardi che sono dovuti ad uno dei più celebrati luoghi d’Europa”.
L’ “incolumità artistica” della Cascata finì così sul tavolo dell’allora Ministero della Pubblica Istruzione che stabilì l’adozione di una serie di misure atte a tutelare il paesaggio della cascata cui spettava attenzione conservativa alla pari del Duomo di Firenze.
David nella fossa dei leoni: così si sentiva Lanzi di fronte ai signori dell’industria, ma alla fine David uccise Golia. La commissione governativa impose la riduzione della portata e obbligò il Comune a curare la conservazione e la fruibilità della Cascata, assicurando che fosse arginato il numero delle derivazioni per uso industriale, con garanzia di restituzione.
Lanzi non si accontentò e denunciò apertamente perfino gli abusi che interessavano le vicinanze della Cascata atti a deturpare la cornice paesaggistica: case abusive, tagli boschivi illeciti, muraglioni impattanti lungo la strada di Valnerina erano segnali embrionali del degrado visuale che da allora contraddistinguerà un raggio sempre più ampio di territorio. A tutela del paesaggio, Lanzi propose pertanto la costituzione di un’ampia area da vincolare, forse sulla scorta dei moderni parchi naturali che, a partire dallo Yosemite negli Stati Uniti, presidente Abramo Lincoln, dal 1864 stavano fiorendo Oltreoceano.
Temi di grande attualità dal momento che oggi come allora l’area della Cascata è oggetto di negligenza, di assalti all’integrità paesaggistica e al decoro, specie attorno ai due belvederi.
Il problema è tanto più grave per il fatto che la Cascata rappresenta il “monumento” identitario di Terni ovvero il suo brand naturale.
Già ci pronunciammo in merito alla questione del degrado visuale che oscura l’area circostante il belvedere inferiore; molto altro sarebbe da dire sul belvedere superiore. La vicenda è eminentemente culturale e si estende al rapporto tra tutela del paesaggio ed equilibrate esigenze energetiche. E’ il momento di darsi da fare per restituire la Cascata al paesaggio suo proprio, contenenendo le spinte lobbistiche dei concessionari dell’idroelettrico i cui canoni di concessione dovranno frattanto tornare laddove si genera l’energia. Si recupereranno risorse milionarie, utili a sconfiggere finalmente un crescente degrado che Luigi Lanzi – e noi con lui – avrebbe denunciato in ogni sede.






