L’ebola, la malattia che è nata e s’è diffusa, nella distrazione dei popoli ricchi, tra i poveri d’Africa, ora fa paura anche in Umbria, almeno secondo quando afferma il consigliere regionale Andrea Lignani Marchesani (Fd’I): “Sorgono, infatti, inquietanti interrogativi, di carattere sanitario, che devono avere un’immediata risposta da parte delle autorità competenti ed in primo luogo dalla Regione”.
Lo dice, il consigliere in riferimento alle preoccupazioni per l’incertezza sulla profilassi e i trattamenti di prevenzione destinati ai rifugiati che sono stati alloggiati, nel centro altotiberino di San Giustino, annunciando di avere presentato un’interrogazione urgente sull’argomento.
“A garanzia e a tutela dei cittadini – spiega Lignani – non bastano le procedure di carattere nazionale, occorrono precisi protocolli e puntuali trattamenti cui sottoporre soggetti provenienti da zone ad alto rischio di epidemie, rese ancor più diffuse dall’ormai permanente stato di guerra in numerose regioni dell’Africa e del Medio Oriente.
Come noto, le procedure originarie che caratterizzarono le prime ondate di rifugiati a seguito delle cosiddette primavere arabe prevedevano un coinvolgimento diretto delle Asl di destinazione finale del rifugiato, attraverso la cosiddetta ‘valutazione dello stato sindromico’ del soggetto stesso.
Oggi la situazione è profondamente diversa e, in omaggio all’universalità del servizio, il ruolo della sanità locale è lasciato al medico di base, che deve essere contattato dagli interessati in presenza di eventuali patologie, essendo previsti trattamenti standard di valutazione dello stato di salute e di eventuali trattamenti al momento dell’arrivo in Italia”.
“Tutto questo – secondo Lignani – da un lato non rassicura, dall’altro non impedisce alle singole Regioni di prevedere propri protocolli e propri trattamenti di profilassi.”
Indirettamente la risposta viene dal Prof. Massimo Andreoni, Presidente Simit, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali
Sono momenti di grande preoccupazione ma il Ministero della Sanità ha messo in atto tutte le misure necessarie a scongiurare l’arrivo dell’infezione nel nostro paese – sottolinea – e comunque la rete di Malattie Infettive presente nel territorio è pronta a fronteggiare l’eventuale arrivo, possibile seppur poco probabile, di pazienti affetti dall’infezione da virus ebola.
La rete rappresentata dagli infettivologi della Simit, presente in tutta Italia, continua ad esercitare la sua funzione di sorveglianza.
Le procedure per porre in sicurezza gli eventuali casi sospetti sono attive e funzionanti, così come i due centri identificati per l’assistenza e la diagnosi presso l’Istituto Nazionale di Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani a Roma e l’Azienda Ospedaliera Universitaria Luigi Sacco di Milano.
La SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, intende fare chiarezza sui seguenti punti:
“Come più volte sottolineato, l’incubazione della malattia è al massimo di 21 giorni, anche se la maggioranza dei contagiati risulta già sintomatico entro una settimana dal contatto con un paziente infettato.
Ciò evidentemente non consente che persone che giungono in Italia via mare clandestinamente, dopo un lungo viaggio via terra, di regola della durata di varie settimane, possano ritrovarsi in fase asintomatica di infezione.
Va inoltre ribadito che i flussi migratori verso l’Italia a partire dai paesi attualmente colpiti dall’epidemia di Ebola non prevedono di regola l’utilizzo di mezzi di fortuna per l’attraversamento del Mediterraneo né di trasporti marittimi regolari.
È invece teoricamente possibile che il Paese sia raggiunto da soggetti ancora asintomatici o in fasi precoci di malattia per via aerea, tramite voli a partenza dalle città europee congiunte ai paesi colpiti da tratte di linea dirette. Non sono infatti attivi voli diretti tra questi paesi e l’Italia.”
Dunque la massima sorveglianza negli aeroporti, compreso quello di San Francesco dove fanno scalo aerei provenienti da fuori Umbria








