Aumentano in tutta la regione i casi di asili che hanno disponibilità di posti non coperti
classi di redito

Il sistema fiscale improntato ad una giusta progressività mostra, un po’ in tutta la regione Umbria, tutti i limiti e le ingiustizie causate da un uso distorto di esso.

In generale la classe media non accetta di buon grado che dopo aver pagato tasse per sé e per le famiglie più povere, si trovi poi a dover sostenere costi pieni o ticket rilevanti per l’accesso ai servizi pubblici.
Si giunge a situazioni limite in cui converrebbe avere un reddito minore, perché si risparmierebbero tanti di quei balzelli che alla fine il reddito netto sarebbe più alto.

Ma ora, con l’aumento delle famiglie in cui componenti di esse hanno perso un lavoro, la contraddizione esplode soprattutto nell’acceso agli asili.
Qui le famiglie con un “disoccupato” in casa rinunciano al servizio pubblico sostanzialmente perché c’è chi può guardare i piccoli e anche quelle poche spese rimaste a carico per mandare i figli all’asilo fanno comodo per tirare avanti.

Nello stesso tempo le famiglie un po’ più ricche e che non hanno disoccupati in casa non possono accedere ai servizi perché  gli accessi vengono disposti in base al famigerato Isee per loro troppo alto.
La conseguenza è che restano scoperti posti, ma il costo dei servizi diminuisce di poco, data la prevalenza dei costi fissi.
Quindi si offrono servizi pubblici a chi non li vuole e li si negano a chi li vorrebbe ed ha già pagato, con la tassazione progressiva, il costo di quel servizio.
Su questa situazione, poi, incombono le occupazioni lavorative in nero e la rabbia degli esclusi aumenta.

 

 

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