A partire dal 2002 ad oggi, nella mia veste di volontario e presidente dell’associazione Baobab onlus di Perugia, per ben 10 anni ho visitato villaggi e scuole di un’area del Mali (paese del Sahel), la regione di Segou, dove la mia associazione si occupa soprattutto di garantire l’istruzione di base ai bambini e il miglioramento delle condizioni di vita (soprattutto delle donne).

Nei miei viaggi ho conosciuto centinaia di donne, uomini, ragazzi, ragazze, bambine e bambini e ho stretto migliaia di mani di persone di cui non ricordo il volto, ma di cui non ho mai dimenticato le condizioni di vita.

Quanto successo sabato notte alle centinaia di uomini e donne come noi, ma diversamente da noi, affamati, perseguitati, sfruttati, vittime di guerre, che in cerca di una vita migliore hanno invece trovato una morte orribile e disumana, mi lascia senza fiato. Più volte in passato e a maggior ragione in questi ultimi tempi mi è capitato di pensare che forse tra le migliaia di mani e di volti che ho incontrato, qualcuna potrebbe giacere inerme in fondo al Mediterraneo o, ed è la stessa cosa, a ridosso di qualche duna del Sahara.

E’ questo il motivo per cui vi scrivo. Credo che tutti dobbiamo domandarci cosa può spingere una persona che non sa nuotare, come nel caso della maggior parte dei migranti dalla Siria, dal vicino Oriente, dall’Eritrea o dal Sahel, a mettere la loro vita nelle mani di trafficanti senza scrupoli ed affrontare viaggi al limite del disumano per arrivare ad imbarcarsi su dei gusci di noce.

La risposta sembra banale: questi uomini e donne accettano di subire sevizie e vessazioni per noi inaccettabili e di andare per mare non sapendo nuotare, di pagare i risparmi di tutta una povera vita per imbarcarsi in una zattera che assomiglia a una bara perché sono talmente disperati da preferire l’ipotesi alla certezza della morte. Settecento poveracci sono morti annegati invece che bombardati o affamati o seviziati. Si tratta di uomini e donne che ogni giorno sono costretti ad operare questa scelta: morire di sicuro a casa loro o morire, forse, in mezzo al mare. Del resto chi riesce a sopravvivere al mare, trova da noi vita, non importa quanto misera, o la libertà.

Dovrebbe bastare questo ad aprire tanti cervelli ottusamente chiusi dal livore e dall’ignoranza. Invece purtroppo la reazione di molti, troppi italiani e cittadini europei così come delle istituzioni europee è sotto gli occhi di tutti. Intolleranza e avversione, sciacallaggio politico di basso profilo e indifferenza.

L’indifferenza dell’Europa e della Comunità internazionale è vergognosa e mi lascia basito. Credo che sia ormai evidente quella che ormai si configura come una vera e propria migrazione di popoli, sia un problema che travalica le forze della sola Unione europea e riguarda invece l’intera comunità internazionale. L’ONU e gli Stati membri dell’UE devono prima di tutto mettere a punto un meccanismo di soccorso e accoglienza adeguato ad un fenomeno come quello a cui siamo di fronte. Ma contemporaneamente occorre lavorare ad una soluzione politica per arrestare il deterioramento della situazione libica perché con uno Stato fragilissimo senza più entrate economiche e pozzi petroliferi fermi, l’unica cosa che funziona è il traffico di esseri umani.

Se la comunità internazionale non sarà in grado di mantenere questo impegno, dato che il flusso migratorio comunque non si arresta, sempre più persone continueranno a perdere la vita e le tragedie in mare, come quella al largo di Lampedusa, diventeranno più comuni e noi continueremo a manifestare solidarietà, e i tanti Salvini e purtroppo un numero sempre maggiore di nostri connazionali, continueranno a manifestare intolleranza ed avversione verso i migranti e l’Europa e il Mondo continueranno ad aggiornare il numero sempre più alto di morti nel mediterraneo, così come nel Sahara, alla ricerca di una nuova vita e della libertà che nei loro paesi di origine non hanno mai avuto o hanno perso.

 

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