Se c’è un modo per rallentare l’immigrazione nel nord del mondo da parte degli abitanti dei paesi più sfortunati è sicuramente quello – ovviamente non sufficiente da solo – di assicurargli in loco le condizioni minime per sopravvivere e trovare un volano che faccia partire lo sviluppo di un’economia locale.
E questo modo sembra averlo trovato un italiano che prima ha sperimentato la sua invenzione a Bomarzo nel vicino Lazio e poi se ne andato in Etiopia per mettercene una copia ed insegnare ai locali come farne di più per risolvere il problema più impellente: avere acqua potabile.
Il progetto realizzato dall’italiano Arturo Vittori consiste in delle ‘torri’ alte 10 metri formate da una struttura di bambù, una rete plastica per far condensare l’acqua presente nell’aria e un collettore per raccogliere l’acqua (fino a 100 litri al giorno) e eliminarne le impurità.
Per il suo funzionamento sfrutta l’escursione termica tra giorno e notte: l’aria si condensa in goccioline d’acqua che si depositano sulle fibre della rete interna alla struttura. Da qui, seguendo i percorsi intrecciati della maglia, le gocce scivolano in un bacino alla base della torre e l’acqua attraverso un tubo arriva a una fonte.
Costi contenuti, meno di mille euro, e lavoro semplice di 4 giorni per sei persone con un duplice risultato: dare un’occupazione remunerata ai costruttori e manutentori locali delle “torri” e dar da bere alla gente








