Ora o mai più. Il popolo italiano il 4 di dicembre si troverà ufficialmente di fronte ad un bivio, votando SI si metterebbero alle spalle anni di immobilismo, di riforme rimandate, di chiacchiericci che non hanno condotto ad un corretto riformismo. Per capire questo, basta dare uno sguardo a chi ha fatto del NO una ragione di semplice opportunismo politico, non vi è alcun giudizio di merito rispetto alla riforma costituzionale, se non in alcuni casi sporadici.
L’Italia è attesa da una importante prova di maturità, gli spauracchi della Brexit e dell’elezione di Trump, a Governatore degli Stati Uniti d’America, hanno ancor di più alzato l’asticella del rischio.
Nonostante ciò la posta in palio è troppo importante da permettersi un errore così banale. Con l’acuirsi della crisi mondiale post-2008, più e più volte si è sentito parlare della necessità di ridurre i costi esorbitanti della politica, di snellire i processi burocraticoamministrativi per stare al passo con i tempi, ora davvero è la volta buona. La riforma offre la possibilità di andare ad effettuare un taglio sostanziale dei costi della politica, riducendo a livello contabile le spese dello Stato di circa 490 milioni l’anno fra abolizione del CNEL, eliminazione indennità dei senatori, superamento delle Province e razionalizzazione strutture del Senato. Su tutti ricordiamo la riduzione dei senatori elettivi da 315 a 95, a cui si vanno ad aggiungere ulteriori 5 di nomina del Presidente della Repubblica, saranno definitivamente aboliti inoltre i senatori a vita.
Altro nodo che verrà sciolto in caso di SI da parte dei cittadini italiani, sarà il superamento del bicameralismo paritario, un sistema che ci ha resi spesso lenti ed inefficienti, il Senato continuerà a discutere con la Camera solo di leggi che riguardano i rapporti fra Stati, Unione Europea e territorio, leggi elettorali, leggi costituzionali, Pubblica Amministrazione, organi di Governo, Comuni e Città Metropolitane.
Ultimo ma non per ordine di importanza, la risoluzione della legislazione concorrente fra Stato e Regioni che dalla riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, nel solo anno 2015 il contenzioso Stato-Regioni ha visto un incremento della percentuale per conflitto di attribuzione fino ad arrivare al 43,8% sul totale, nel 2002 era del 7,8%.
Se siamo davvero un Paese che guarda al futuro in positivo, la risposta che uscirà dalle urne il 4 di dicembre sarà di certo un SI.

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