E’ stato l’Istituto Agrario di Todi a (ri)accendere, grazie all’organizzazione di un partecipato convegno moderato dal direttore della rivista nazionale “Vigne e Vini” Lorenzo Tosi, l’attenzione della comunità regionale e di quella del comparto viti-vinicolo sul Grero di Todi, un antico vitigno autoctono che, anche alla luce dell’attività di sperimentazione condotta nei campi catalogo e nella cantina del Ciuffelli e da alcuni produttori locali, potrebbe dare grandi soddisfazioni in termini di promozione del territorio e di valore economico, al pari del ben più noto Sagrantino di Montefalco.
Sull’argomento abbiamo intervistato il Professor Alberto Palliotti (nella foto), docente dell’Università degli Studi di Perugia, al quale di deve l’iscrizione del vitigno “ritrovato” al Registro Nazionale Viti Vinicolo.
– Professore… ma adesso dove rispunta fuori questo “Grero”?
“Si tratta di un vitigno minore diffuso nel comprensorio del Tudernum ed impropriamente denominato “Greco nero”. La citazione più antica oggi disponibile su questo vitigno è presente sull’“Annuario Generale per la Viticoltura ed Enologia” del 1893, dove Baldeschi, nel capitolo “I vitigni ed i vini dell’Umbria”, scrive che una delle uve nere coltivate in Umbria, e più precisamente a Todi, Città di Castello ma anche Rieti, era il “Greco”. Successivamente, in una “Miscellanea” dei primi del ‘900, il Dr. Costantino Bertazzoni cita il “Greco nero” in un articolo dal titolo “Vario grado di resistenza opposta dai vitigni in Umbria all’oidio e alla peronospora”. Infine, il Greco nero viene citato in una tesi di Laurea, discussa presso l’Università di Perugia nel 1946/47 dall’allora studente Fausto Maria Pongelli, dal titolo “I sistemi di allevamento e di potatura della vite nel territorio di Todi”. Va comunque ricordato che il vino ottenuto da questo vitigno era caratterizzato da un colore piuttosto carico e veniva utilizzato nella vinificazione del governo “alla Toscana” e come energetico ricostituente alimentare. Durante i primi decenni del 1900 fonti storiche orali descrivono infatti anche un uso medicamentoso di tale vino, poiché se ne somministrava 1-2 cucchiaini alle persone, incluso i bambini, affette da influenze e tossi particolarmente invasive. L’abbondante carica fenolica esercitava evidentemente un’influenza positiva nei confronti di batteri ed altri microorganismi.
– Grero e non Greco: come e perchè si è arrivati a questo nome?
“Non era possibile utilizzare il nome “Greco nero”, in quanto è un vitigno calabrese già iscritto con tale nome al registro nazionale delle varietà di vite con il codice 99. Occorreva quindi trovare un nome diverso ai fini dell’omologazione e dell’inserimento nel sopracitato registro; cosa piuttosto ardua anche perchè si voleva mantenere un link con il vecchio nome. La soluzione venne dal Dr. Stefano Galiotto, allora studente del corso di Laurea in “Viticoltura ed Enologia” presso l’Università di Perugia, che coniò il termine GRERO prendendo le prime tre lettere dal nome GRECO e le ultime due lettere dalla parola NERO”.
– Nel 2011 l’inserimento nel Registro nazionale viti-vinicolo: cosa è stato fatto da allora?
“Purtroppo devo dire un pò a malincuore non molto, anche se non mancano aziende che stanno ottenendo ottimi risultati, come ad esempio la cantina Zazzera di Collevalenza. In realtà, questo è un vitigno che conosciamo poco, sappiamo ad esempio che è caratterizzato da una carica colorante molto elevata e da pochi tannini, quindi è un vitigno che andrebbe studiato non solo per la produzione di vini freschi e di pronta beva, incluso il rosè o il novello, ma anche per l’eventuale invecchiamento in barrique o tonneau (di fatto non conosciamo l’effetto che il tempo e/o la tipologia di legno esercita sulla qualità e sulla stabilità del vino). Mi sento però di affermare che il Grero è un vitigno sicuramente dotato di elevata versatilità”.
– Che valore possono avere nell’attuale mercato vitigni autoctoni come il Grero?
“A livello commerciale possono sicuramente creare un valore aggiunto e rappresentare una valida alternativa al predominio dei vini internazionali, poichè i consumatori moderni si stanno orientando sempre più verso vini tipici ottenuti da vitigni autoctoni e come tali caratterizzati da un preciso riferimento al territorio di produzione. Purtroppo in Umbria soltanto il 16% dei vigneti esistenti è interessato da vitigni autoctoni, ovvero Grechetto con circa 1.200 ha, Sagrantino con 850 ha e Trebbiano spoletino con meno di 60 ha. L’allargamento della piattaforma ampelografica dei vitigni autoctoni in Umbria va nella direzione di aumentare quella percentuale di impianti vitivinicoli in grado di produrre vini autentici ed unici e capaci di portare il nome del territorio di produzione e della regione Umbria nel mondo e nel contempo di attrarre consumatori sia italiani che stranieri”.
– Cosa è emerso dal confronto tra i relatori del convegno dell’Istituto Agrario?
“Innanzitutto è stata fatta un pò di chiarezza su questo vitigno, ed in particolare sull’individuazione della pianta madre (ad opera dell’enologo tuderte Alessandro Carletto), sulla caratterizzazione ampelografica e molecolare e soprattutto sulle sue peculiarità viticole ed enologiche. Purtroppo va detto che la potenzialità di questo vitigno è ancora inespressa, anche perchè è stato iscritto al registro da poco, ovvero soltanto nel 2011 (decreto 22 aprile 2011, pubblicato sulla G.U. n. 170 del 23 luglio 2011). Con piacere però ho registrato un vivo interesse da parte di numerosi produttori e consumatori, soprattutto durante l’assaggio dei vini di Grero, inclusi quelli prodotti nella cantina sperimentale dell’Istituto Agrario Ciuffelli”.
– Volendo indicare un percorso di valorizzazione quali sono le tappe da fissare?
“Il percorso da seguire è sempre lo stesso, ovvero ai ricercatori ed alle istituzioni pubbliche il compito di creare e fornire ai produttori umbri lo strumento, in questo caso un vitigno autoctono omologato e quindi pronto per l’uso, ora tocca ai produttori creare un interesse commerciale al fine di valorizzarlo e trasformarlo in profitti”.
– Quali invece gli errori da rifuggire per non fare del Grero una (altra) occasione persa da Todi?
“Contrariamente a quanto affermava il filosofo Francesco Bacone, ovvero “il silenzio dà peso alle azioni e credito alle parole”, in questo caso l’errore da non commettere riguarda proprio il silenzio. Se si riuscirà a far conoscere questo vitigno ai produttori e ai consumatori e a comunicarlo come espressione diretta e tipica di un delimitato territorio darà sicuramente grandi soddisfazioni al pari dei Grechetti umbri, del Sagrantino di Montefalco e del Trebbiano spoletino. Diversamente cadrà nel dimenticatoio e diventerà una semplice varietà “reliquia”, da tramandare ai posteri e ricordare soltanto come facente parte della biodiversità viticola dell’Umbria”.











