La festa, che da tre lustri viene organizzata dal locale circolo Acli in collaborazione con Coldiretti, si terrà il 17 e 18 febbraio
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All’aurora già fumava il grande camino della famiglia contadina e/o coltivatrice diretta e all’alba già cominciavano ad arrivare vicini, parenti e qualche “scanza fatica”, anche detto “magna uffa” cioè quello o quelli che furbescamente eludevano il lavoro duro e pesante ripiegando sull’intrattenimento da facili battute a rima baciata e histoire comique. Siamo nella recente storia della mattazione familiare del suino che avveniva nelle nostre campagne nel periodo più freddo della stagione invernale, i cosi detti ” giorni della merla” e dintorni. E’ in questo periodo che era ed è più agevole lavorare e conservare, con l’ausilio del sale, le carni suine secondo la famosa “scuola Nursina”. Torniamo al casolare agreste, l’acqua del più grande caldaio disponibile è quasi in ebollizione, il maestro di scena: il “norcino”, con gli attrezzi da scanno e taglio delle carni riposte nel “tascapane” è arrivato sul luogo del “delitto-festa” del povero maiale.

I convenuti hanno già preparato un tavolaccio di lavorazione e una spessa corda per sollevare il “porco” ad un albero o trave della capanna, dopo essere pelato e diviso in due “pacche”. Dall’angolo della stalla-porcilaia arriva il malcapitato suino adeguatamente imbrigliato per essere scannato. I suoi lamenti e tentativi di fuga dimostrano ampiamente la consapevolezza del suo destino. Viene a forza adagiato sul tavolaccio. I convenuti afferrano le sue zampe e il norcino, con grande fermezza lo infilza al collo mentre una donna della cucina raccoglie il sangue per preparare il prelibato insaccato dolce detto “sanguinaccio”.

Poi arriva l’acqua bollente per depilare il suino con apposito raschietto. Così pulito si procedeva al sollevamento verticale dell’animale e il maestro norcino (famosi in zona erano: Carlino de Staccapelle; Peppe de Bucciolino; Peppe de Sfascione; Pierino de ‘mbrocio; Felice de Chicchio e tanti altri) con tatto e fine maestria apriva il malcapitato dall’inguine alla testa. E arriva la massaia con un cesto, dove finivano le interiora e un ampio piatto per riporre le “ animelle: pregevoli ritagli di grasso, magro e rosichello”. Quest’ultimo si ricavava prioritariamente all’altezza del costato, del cuore, da qui la denominazione dialettale di “ANIMELLE”.

Questo mix finiva sulla padella nera di ferro con l’aggiunta di aglio, rosmarino, sale, pepe e una prima “sbruffata di vino”. Con il sugo prodotto si condivano fagioli e/o fave lessate nel “pignatto”. Le carni sapientemente rosolate erano un ammiccante secondo. Di contorno, tanto per sgrassare il palato, cavoli e patate saltate in padella. Cavoli digeribilissimi perché naturalmente liofilizzati dalle gelate del periodo. Era una delle tante fatiche al freddo e gelo ma, alla fine, grande “magnata”, grande festa. Il tutto era frutto di quel clima e prassi “dell’aiutarella” che nelle nostre campagne consentiva di fare insieme i grandi lavori stagionali: vangatura vigne, zappettare i cereali, mietere e trebbiare cereali, granturco.

L’evento, in parte, si rievoca a Collevalenza, da sette lustri, per l’organizzazione dell’ International Club ACLI e la condivisione della Coldiretti del Tuderte. L’appuntamento del 2017 è per venerdì 17 e sabato 18 febbraio presso il ristorante da Massimo.  Due giorni tra cultura, ricreazione, arte, gastronomia senza ombra di nostalgia ma precipua sensibilizzazione a “coltivare futuro nel segno della speranza ”.
Venerdì, ore 20.00, gara di briscola a coppie e gironi con ricchi premi e per tutti bruschetta all’unto della Casella-Italia e amatriciana dello chef.
Sabato, dalle ore 18,30, “‘na sera a veja come ‘na vorda” che aprirà con un convegno sul tema “COLTIVARE FUTURO: nuova filosofia, cultura, scienza, tecnica, marketing per il PRIMATO dell’AGRICULTURA nella centralità dell’uomo e del creato”.
L’incontro sarà animato da ospiti ed esperti, concluderà la serata la “Cena Tipica de l’Animella” tra musica, ballo, giochi, racconti.
Nei due giorni sarà aperta anche una mostra: “Laudato si’ – per non restare indifferenti”. Una lettura fotografica dell’Enciclica di Papa Francesco a cura di Laura Filippucci, docente di lettere; Eleonora Dottorini, architetto; Francesca Marinangeli, geobotanica, fotografa naturalistica. La mostra è promossa dalle ACLI di Perugia con il patrocinio della CARITAS regionale dell’Umbria.

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